Imane, mea culpa dei pm: "Errore sulla tempistica". Regge la pista dei metalli

"Informati già l'1 marzo del decesso della teste". Autopsia col nucleo speciale dei Vigili del fuoco

Il nodo della tempistica intorno alla morte di Imane Fadil è talmente centrale, che ieri la Procura di Milano fornisce una nuova versione sulle comunicazioni da parte dell'ospedale che ha curato la 34enne, morta il primo marzo per cause ancora misteriose, e sui conseguenti interventi dell'autorità giudiziaria. Venerdì il procuratore Francesco Greco aveva accusato Humanitas di avere tenuta nascosta la notizia del decesso per quasi una settimana. Su questo punto cruciale ieri Greco ammette di avere fornito informazioni errate: «Ci eravamo sbagliati, non abbiamo saputo della morte una settimana dopo, come detto inizialmente. Lo abbiamo saputo il giorno stesso dal legale della giovane, che probabilmente ha anticipato la comunicazione dell'ospedale, e siamo subito intervenuti». Ma cosa abbia fatto la Procura in quella settimana Greco non lo spiega. È un cortocircuito informativo che colpisce, proprio perché Imane Fadil era considerata dai pm una super teste del caso Ruby.

Sulla comunicazione del ricovero, e delle condizioni critiche, della 34enne prima della morte invece Greco parla di «fake news». Smentisce di aver saputo tutto dall'ospedale - come riportato ieri dal Giornale - nei dieci giorni precedenti al decesso e quindi di aver potuto interrogare Imane. Lo stesso afferma a verbale il direttore sanitario dell'ospedale, Michele Lagioia. Alla domanda se Humanitas fosse però tenuta ad avvertire i magistrati di un'ipotesi di reato (il sospetto avvelenamento, che emerge il 12 febbraio) la risposta di Greco è: «No comment». A questo punto si profilerebbe un'accusa all'ospedale, che però informalmente conferma di aver avvisato per tempo la polizia giudiziaria. Ma non è l'unico strano silenzio di cui parla Greco: secondo il procuratore, neppure il legale della vittima, che conosceva tutta la storia, pensò ad avvisare i pm quando Imane cominciò a riferire di essere stata avvelenata. Riguardo ai tempi lunghi dell'autopsia, oltre venti giorni, il procuratore sottolinea: «Non sono dovuti all'ignavia della Procura. Ma a una cautela doverosa, perché non conosciamo la causa della morte. Visto che sono state trovate tracce di sostanze particolari, e d'accordo con i medici legali, abbiamo deciso di mettere chi effettuerà l'autopsia al riparo da eventuali conseguenze dannose. Per lo stesso motivo la salma è inaccessibile». Saranno messi in campo le attrezzature e gli operatori addestrati del Nucleo biologico, chimico e nucleare dei vigili del fuoco. Prima verranno prelevati campioni di tessuto della vittima, poi all'esito delle analisi verrà fatta l'autopsia. Tra giovedì e venerdì, quando sarà possibile analizzare gli organi, che trattengono più a lungo i veleni. Né a casa della donna né nella stanza d'ospedale sono stati rilevati residui di sostanze pericolose.

«Informazioni inesatte - continua Greco - sono state pubblicate anche sui metalli trovati nel sangue e nelle urine della vittima, che sarebbero in concentrazioni basse. Non è così». I metalli pesanti restano al centro dell'indagine per omicidio affidata all'aggiunto Tiziana Siciliano e ai sostituti Luca Gaglio e Antonia Pavan. Sono stati trovati in valori «di molto superiori alla norma», nonostante le numerose trasfusioni di sangue. Anche se in ospedale gli esiti sono arrivati dopo la morte della ragazza. Qualche esempio: antimonio nel sangue a 3 microgrammi per litro (con un range previsto di 0,02-0,22), cadmio nelle urine a 7 (range 0,1-0,9), cromo nel sangue a 2,6 (range 0,1-0,5), nelle urine a 7,4 (0,05-0,60). Si aggiunge un valore sospetto di molibdeno. Si tratta di metalli che in certe condizioni e in certe quantità possono essere anche radioattivi. Gli inquirenti infine non hanno escluso la pista della «malattia rara e per ora misteriosa».