Incassi record per il vino italiano ma si teme l'effetto «The Donald»

Il fatturato vola oltre i 10 miliardi. Cresce il mercato interno

Andrea Cuomo

Si è aperto ieri a Verona il Vinitaly numero 51, quello che celebra un comparto dell'agroalimentare che non smette di sorprendere. E di inondare il mondo. È l'export infatti a trainare il vitigno Italia, che secondo i dati elaborati da Coldiretti nel 2016 ha sfondato la barriera psicologica dei 10 miliardi di euro di fatturato, fermandosi a quota 10,1, con un aumento del 3 per cento rispetto all'anno precedente.

Più della metà del fatturato del made in Italy nel calice è realizzato all'estero, con 5,6 per cento e un aumento del 4 per cento. Ma la buona notizia è che dopo tanti anni torna a crescere anche il mercato interno, con 4,5 miliardi di fatturato soprattutto grazie al segno più nella grande distribuzione organizzata, sempre più importante nella vendita di bottiglie ormai anche di qualità media e alta.

Nel 2016 le vendite hanno un aumento del 6 per cento in termine di valore negli Stati Uniti, che si confermano il primo mercato, seguiti dalla Germania (+2 per cento). Negli States c'è il più grande mercato mondiale, con un consumo di 30,1 milioni di ettolitri di cui il vino italiano rappresenta la prima voce.

Naturalmente il mondo del vino italiano è molto preoccupato dalla possibilità che le misure protezionistiche minacciate dalla nuova amministrazione Trump possano mettere in discussione questo primato.

E sempre a proposito di vini stranieri, hanno incuriosito ieri i vini russi prodotti nelle regioni di Krasnodar, Rostov, Stavropol, Dagestan e Crimea presentati in una degustazione ad hoc. Vini un po' antiquati ma che si affacciano ora sullo scenario internazionale, e che presto potrebbero diventare la nuova frontiera enologica mondiale.