Indagati, faide e pugnalate alle spalle E se l'impero di Renzi finisse a Roma?

E se fosse Roma il tallone di Achille di Matteo Renzi, la zona oscura, melmosa, che rischia di attirarlo giù, di oscurare la sua fortuna? Il sottosuolo (...)

(...) della città eterna è una discarica di malaffari, sedimentati, che stanno lì da una vita, difficili da rimuovere perché non si sa neppure bene dove mettere le mani, per non sporcarsi. Il premier dirà che lui con queste cose non c'entra. Viene da Firenze. Non conosce il passato. È il nuovo, ottimista, dinamico, pronto a conquistare l'Italia con passo fanfaniano, decisionista, spiccio. Ma questa è un'illusione. Nessuno in politica in realtà è davvero nuovo. Non comunque se hai scelto di mettere la tua faccia sul simbolo di un partito. È un po' come accade con la memoria di un computer, puoi classificare tanta robaccia come spam, ma quella torna su, non si cancella, riappare quando meno te lo aspetti.

Renzi resta comunque il segretario del Pd. Ha usato il partito per scalare Palazzo Chigi, ma questo non basta a renderlo irresponsabile. Il Pd è lui ed è un Pd sempre più grasso, con vocazione maggioritaria, tanto da immaginarsi come partito della nazione. E se il renzismo è tutto prima o poi dovrà rispondere di tutto. Ed è lì che Roma lo aspetta.

Guardatela in faccia allora questa città. Come è adesso, con chi comanda. La cronaca giudiziaria ti dice che la leggendaria Metro C, grande opera che non conosce fine, è virulenta e tocca gli affari del Campidoglio. Le indagini toccano Giulio Improta, assessore alla Mobilità, che si ritrova in una posizione molto più delicata rispetto a quella di Lupi, il ministro che Matteo ha di fatto defenestrato con un pollice verso. C'è il capo della segreteria di Zingaretti che si è dimesso per una storia di appalti ancora tutta da chiarire. Ma c'è soprattutto altro e non è giudiziario ma politico. Roma sembra un battello ubriaco. È una città alla deriva, con un sindaco che non naviga neppure a vista, ma a casaccio, come se il suo posto fosse sempre altrove, con lo sguardo perso di chi si è ritrovato ad amministrare una metropoli per un beffardo lancio di dadi. E Marino è Renzi. È l'uomo di Renzi nella capitale. Come Renzi è quel Pd romano raccontato nel dossier di Barca, un partito vittima di correnti e clientelismo, un partito cattivo, pericoloso e dannoso, sonnolento, chiuso, borioso, elitario. Un partito che rifiuta di vedere le infiltrazioni mafiose che sono sbarcate a Ostia, hanno conquistato il litorale e sono penetrate profondamente nel cuore di Roma.

Il guaio è che a Roma il Pd non è solo un partito. È qualcosa di più. È ormai un «partito Stato». Il Pd è il Campidoglio. È la città metropolitana. È la provincia. È la Regione Lazio. È tutto. E questa Roma è marcia. È qui l'ombra che pesa sul premier-segretario. Renzi punta a conquistare Milano. La città degli strappi. La metropoli con lo sguardo all'Europa dove tutto nasce e tutto cade. Ma la partita con il destino sarà a Roma. L'Urbe eterna dove o si vince o si muore.