Ma gli insolventi non sono uguali

di Davide Giacalone

È giusto conoscere i nomi dei principali e meno puntuali debitori nel momento in cui delle banche vengono salvate con i soldi del contribuente. Lo ha chiesto anche il presidente dell'Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli («a titolo personale», cosa non priva di ulteriore significato). Non basta, però, perché è del tutto evidente che un salumificio abbia affidi bancari superiori a quelli di un salumiere, o un distributore di elettricità ne abbia più di un elettricista, ed è anche evidente che dopo anni di recessione, solo contabilmente interrotta, ma non ancora superata e ben lungi dall'essere recuperata, i conti di chi è più grosso generino maggiori problemi. Un semplice elenco potrebbe dire poco e indurre in inganno, alimentando la trita gnagnera pauperista secondo cui chiunque intraprenda, rischi e cresca è, per ciò stesso, un potenziale malfattore.

Sofferenze e perdite passano dall'essere spiacevoli al divenire inquietanti quando non riflettono un errore imprenditoriale o sono il derivato della recessione, ma incarnano l'uso connivente e predatorio del credito. I mancati pagamenti cessano d'essere il possibile esito di una crisi e divengono un premeditato disegno quando, in accordo con i banchieri, si coltivano disegni tipo: voi mi date i soldi, a fronte di garanzie che sono pressoché delle chiacchiere, io li investo nella mia impresa e, se tutto va bene, ve li restituisco con gli interessi, in caso contrario transeremo per una restituzione minima, meglio se nulla. In questo modo la banca cessa d'essere un'impresa e diventa una fonte di potere e di dissipazione. Che i responsabili ci guadagnino anche in proprio è un dettaglio, che compete alla magistratura penale, quel che è certo è che i soldi dei contribuenti non possono e non devono essere portati a copertura di simili porcherie, o a salvezza di reti locali (e non) di potere. Il semplice elenco non dice tutto quel che è necessario. Nel mentre il lavoro della giustizia va avanti (va avanti?), occorre una commissione parlamentare d'inchiesta. Non una roba trentennale, ma veloce. Lavori da concludersi entro l'anno, utilizzando il materiale già esistente presso la Banca d'Italia e la Banca centrale europea. Le condanne sono competenza delle inchieste penali. L'interesse collettivo consiste nel conoscere e disvelare, perché non accada ancora. Servirà a separare il buono e il forte del nostro mondo bancario, che può e deve avere aspirazioni continentali, dal marcio. A evitare che per coprire tutto, come fin qui si è fatto, si finisca con il far pagare ai sani le colpe dei malati e con il dovere poi tacere sui (gravi) problemi di altri soggetti europei (come Deutsche Bank). E servirà a evitare che dietro il paravento della «difesa dei risparmiatori» si faccia passare di tutto. Cogliendo anche l'occasione per ragionare sul fatto che in Italia c'è chi, come Poste Italiane, raccoglie il risparmio e vende prodotti finanziari senza avere la licenza bancaria, che comporta maggiori controlli e costi.

Sarà doloroso, portando a galla miserie altolocate e complicità politiche annidate nelle fondazioni bancarie. Ma è necessario, se non si vuole correre il rischio di vedere trascinare nel fango tutta l'attività di vigilanza e nel discredito le istituzioni. E sarà salutare, perché l'alternativa consiste nell'insistere a rimandare, arrabattandosi per salvare e coprire, lasciando che l'infezione continui.