Intercettazioni i Pm si pentono dopo anni di buio

di Annalisa ChiricoD i colpo le procure d'Italia scoprono lo scandalo intercettazioni, e lo fanno in nome di un' autoregolamentazione che ha i tratti dell'autodenuncia. In gergo tribunalizio sarebbe una «confessione tardiva». L'apripista è Giuseppe Pignatone, procuratore capo di Roma, che lo scorso novembre impartisce a polizia giudiziaria e pm istruzioni dettagliate per «evitare» di inserire nei provvedimenti il «contenuto di conversazioni manifestamente irrilevanti e manifestamente non pertinenti rispetto ai fatti oggetto di indagine». Adesso la stretta arriva dall'omologo di Torino, Armando Spataro, che con una circolare interna raccomanda di non trascrivere nei brogliacci «eventuali intercettazioni e dati inutilizzabili perché riguardano conversazioni dell'imputato con il suo difensore, perché attengono agli 007, perché ricadono in quelle proibite dal codice del Garante della privacy». E va bene il riferimento ai servizi segreti (Spataro era pm nel processo Abu Omar, quello in cui conversazioni e utenze telefoniche di decine di agenti italiani e statunitensi furono squadernate sui giornali, caso unico al mondo). E passi pure il silenzio dei Travaglio e delle Guzzanti, neanche un tweet contro la circolare «ammazza intercettazioni». Come si cambia per non morire. Ma quel che colpisce al punto da lasciare increduli è che da Roma a Torino, da Firenze a Napoli, i capi delle procure si prendano la briga di ribadire quanto già oggi è espressamente vietato dalla legge. Che cos'è questa se non l'implicita ammissione delle violazioni di legge regolarmente coperte? Si riconosce così l'esistenza di una zona franca, coincidente con il perimetro di certi uffici giudiziari, dove la legge è di fatto sospesa in nome di superiori e improrogabili esigenze giurisdizionali. Mentre la politica si azzuffa attorno alla legge Orlando che verrà, forse sì forse no, chissà come, le procure si autoregolano, come fanno da sempre, e nessuno solleva una seppur lieve critica. Viene da chiedersi se i procuratori capi che oggi mettono in riga polizia e pm abbiano mai denunciato in passato presunti abusi e irregolarità. Viene da chiedersi quanti siano i procedimenti avviati a seguito delle fuoriuscite giornalistiche di notizie riservate. Non si ha memoria di magistrati condannati per violazione del segreto istruttorio. Reato per il quale invece è stato condannato Silvio Berlusconi. A proposito di paradossi, sentite le parole di Edmondo Bruti Liberati, procuratore capo di Milano all'epoca del processo Ruby: «Sin dal 2010 abbiamo definito due punti: la polizia doveva impedire che già nei brogliacci si desse conto di intercettazioni private, poi invitai esplicitamente i pm a evitare riferimenti a conversazioni private irrilevanti». Vi ricordate le paginate sui giornaloni nazionali dense di dettagli anatomici e voluttà sensoriali? C'è da pensare che siano stati gli avvocati del Cav a trasmettere i contenuti a luci rosse alla stampa. Citofonare Ghedini.