Intesa difende Mediaset: "Deve rimanere italiana"

Arriva il sostegno della prima banca del Paese La strategia del Biscione: più legale che finanziaria

La soluzione alla guerra su Mediaset, scatenata dal raid di Vivendi salito in tre giorni al 20% del capitale del Biscione, potrebbe essere legale più che finanziaria. Un blitz che ha visto ergersi a difesa del gruppo tv buona parte del mondo politico e finanziario del Paese.

E ieri, nel quartier generale di Cologno monzese, è arrivato un sostegno di grande peso: «Crediamo che le aziende italiane importanti debbano restare italiane» ha dichiarato Carlo Messina, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, che insieme con Unicredit sta lavorando come consulente del gruppo. «Si tratta di un'operazione certamente non sollecitata, ma non ostile» precisano da Parigi cercando di gettare acqua sul fuoco. È vero che il controllo del gruppo da parte dei Berlusconi non è a rischio di fronte a una partecipazione pari al 20% che tuttavia, nei fatti, si potrebbe tradurre in una minoranza di blocco.

In Piazza Affari intanto Mediaset, dopo due giorni di rally, ha preso una giornata di pausa chiudendo a 3,56 euro (-1,5%), pur registrando un boom di volumi visto che è stato scambiato il 4 per cento del capitale.

I punti interrogativi sollevati dall'operazione sono numerosi e sul mercato, da giorni, si ragiona sui possibili scenari futuri. Lo scenario, in effetti, appare tutt'altro che stabile. Vincent Bolloré potrebbe in teoria salire fino al 30% senza dover lanciare un'Opa per cui, peraltro, gode di 2,1 miliardi di munizioni. Quanto invece a Fininvest, a cui fanno capo il 39,7% dei diritti di voto di Mediaset, si tendono ad escludere alcune delle soluzioni ipotizzate negli ultimi giorni, dall'aumento di capitale come poison pill per disincentivare Bolloré, all'utilizzo del buy back come arma di arrocco.

Nel primo caso infatti il raider bretone ha liquidità sufficiente per coprire, volendo, ogni esigenza. Quanto invece al riacquisto di azioni proprie non sarebbe possibile: il rafforzamento azionario dei Berlusconi in Mediaset ha infatti già raggiunto, complessivamente, la soglia massima per non incorrere nell'obbligo di Opa, ovvero, secondo i termini del Tuf, il 5% dei diritti di voto. Solo ad aprile, quando finiscono a un anno dal primo acquisto di titoli del Biscione (per l'1,27% del capitale), Fininvest potrebbe tornare ad acquistare una pari quota, ovvero l'1,27%.

In ultimo c'è perfino chi ha ipotizzato che Fininvest stia pensando di salire in Telecom Italia per riequilibrare i pesi con Vivendi, posto che quest'ultima ha il controllo del gruppo tlc con il 24,1% del capitale. Una strada che potrebbe non essere così semplice da percorrere sia dal punto di vista legale e finanziario (Fininvest, dedotti i dividendi pagati sul 2015, ha in cassa 240 milioni), ma che tuttavia ha spinto Telecom Italia a 0,795 euro, con un rialzo del 3,6 per cento.

In questo contesto, per Fininvest escludendo la possibilità di lanciare un'Opa su Mediaset, l'ambito legale potrebbe riservare maggiori leve. In teoria infatti la holding dei Berlusconi potrebbe chiedere la sterilizzazione dei diritti di voto di Vivendi in Mediaset. La finanziaria di via Paleocpa infatti ha denunciato il colosso francese per manipolazione di mercato, reato per cui la Procura di Milano ha aperto un'indagine contro ignoti. Non solo. Mediaset e Fininvest, ad agosto, hanno fatto causa a Vivendi in seguito alla mancata esecuzione del contratto di compravendita di Premium, la pay tv del Biscione. La prima udienza è stata fissata per il 21 marzo e il gruppo di Bollorè è chiamato a rispondere fino a 2 miliardi di danni.

Nonostante tutto, alcuni analisti continuano a puntare su una pace armata tra i due contendenti che porti alla creazione di un gruppo integrato media-telecom che coinvolga oltre a Mediaset e a Vivendi anche Telecom Italia e Orange.