Inutile il tentativo del segretario locale Cosentino di evitare il commissariamento

RomaSi dice «sconvolto» e «pieno di rabbia e amarezza» Matteo Renzi, davanti allo scandalo Roma che investe anche il Pd per una vicenda fosca nella quale «manca solo Jack lo Squartatore». E in serata annuncia che Matteo Orfini, il presidente (romano) del partito, sarà il commissario straordinario del Pd capitolino, chiamato ad azzerare e ripulire un organismo politico lambito da ogni lato dall'inchiesta. Che, come ricorda un alto dirigente Pd, «è nelle mani di un magistrato serio come Pignatone, e non di un Woodcock qualsiasi».

Chi conosce da vicino la politica capitolina e il Pd locale è tutt'altro che sorpreso dal verminaio scoperchiato in questi giorni. «Sono anni che faccio una battaglia per denunciare il precipitare della qualità della politica romana, e non solo sul versante della destra predona», dice sconsolato Roberto Morassut, ex assessore di Veltroni e ora parlamentare, che a questo ha dedicato anche un recente libro («Roma Capitale 2.0»). Secondo Morassut, «da tempo non esistono più linee politiche o correnti, ma vere e proprie tribù che si confrontano solo sui posti, le poltrone e il potere, e si organizzano in una sorta di “patto di sindacato”. C'è una patologia che ci ha portati dentro il burrone. Sono stato accusato di essere “contro il Pd” per queste denunce. Ma a questo punto a Roma servono misure radicali: azzerare tutto, a cominciare da un tesseramento gonfiato e gestito a soli fini di piazzamento interno».

Un allarme raccolto dai vertici e dal neo-commissario, visto che lo stesso Orfini ieri parlava di «una vicenda agghiacciante», e della necessità di intervenire drasticamente: «Bisogna mettere lì qualcuno che smonti tutto e ricostruisca il partito su nuove basi». Il Pd romano, col suo segretario Lionello Cosentino, aveva convocato per sabato un summit dal titolo «Il Pd contro la mafia», con l'obiettivo di resistere al commissariamento. Ma la resistenza è durata poco, davanti alla morsa delle inchieste che stringe il Pd romano da tre lati: il caso del deputato Di Stefano (con tanto di presunto omicidio a latere), quello delle «spese pazze» dei consiglieri regionali (che sono poi finiti tutti in lista per il Parlamento con Bersani, nel 2013) e l'ultima. «È il nostro '92», è la fosca previsione di un dirigente laziale.

Paradossalmente, ora tutta la classe dirigente romana del Pd, che fino a ieri cercava di farlo fuori, si aggrappa al sindaco Ignazio Marino, corpo estraneo al sistema di potere capitolino. Che oggi ha buon gioco a rivendicarlo: «Mi sono chiesto, ma questi attacchi violenti contro di me, con una destra che urlava dimissioni per una Panda rossa, da dove nascono? Sono un sindaco marziano che non si siede ai tavoli degli inciuci e degli affari, cui ho chiuso le porte. L'unica possibilità per continuare con quel metodo era togliermi di mezzo». E mentre i grillini si buttano sulla vicenda per uscire dal tunnel di espulsioni reciproche in cui erano affogati, e chiedono lo «scioglimento per mafia» del Comune, Goffredo Bettini, l'ex deus ex machina del Pd romano, primo supporter di Marino sindaco, rivendica la «discontinuità» di quella candidatura e avverte: «Il Pd deve cambiare radicalmente, nel modo più netto e coraggioso, altrimenti si determinerà una vera e propria impraticabilità di campo».

I politici di area Pd coinvolti nell'inchiesta: Ozzimo, Mirko Coratti, Luca Odevaine, Umberto Marroni ed Eugenio Patanè

I componenti della squadra di Marino toccati: Ozzimo, il capo anticorruzione Italo Politano e il capo di gabinetto Mattia Stella

L'assessore della giunta Marino che si è dimesso dopo il coinvolgimento nell'inchiesta: Daniele Ozzimo