«Io, baby jihadista delusa voglio tornare in Italia»

Sonia Khediri ostaggio dei curdi dopo la caduta di Raqqa: «Ora ho perso tutto ma spero in Allah»

«Voglio tornare in Italia, ma ho paura di finire in carcere e di non vedere più i miei bambini» confessa Sonia Khediri, la jihadista di casa nostra prigioniera dai curdi nel nord est della Siria. «Dello Stato islamico immaginavo qualcosa di più bello e grande di quello che era in realtà» ammette senza mai togliersi il velo integrale, che lascia spazio solo agli occhi vispi e scuri. La jihadista italiana sembra avere perso l'illusione del Califfato: «Ho amato Daesh (lo Stato islamico, nda) pensando di fare la scelta giusta ed invece ho perso la mia vita».

I suoi due bambini, la bella Jenen di quasi tre anni e Abed al Rahman di solo quattro mesi sono attaccati alla mamma coperta dalla testa ai piedi come un fantasma nero con un caldo soffocante. Sonia è stata ribattezzata la baby jihadista perché ha rincorso la guerra santa scappando di casa, in provincia di Treviso, da minorenne a 17 anni. Oggi ne ha 21 e mescola l'italiano a parole in arabo mostrandosi solo in parte pentita. «Mi aggiusto il niqab» esordisce prima dell'intervista esclusiva a Il Giornale, come se fosse una modella dell'integralismo. Non è stato facile trovarla, ma alla fine la incontriamo nel campo profughi di Heyn Issa a nord di Raqqa l'ex capitale dello Stato islamico. In una zona super sorvegliata del campo, dove i giornalisti non possono entrare, sono sotto custodia circa mille jihadiste con i loro bambini, che hanno giurato fedeltà al Califfo, Abu Bakr al Baghdadi. Tedesche, francesi e tante maghrebine oltre a Sonia, indagata a Venezia per terrorismo internazionale.

«La cosa bella di Daesh è che ero libera. Adesso che sono prigioniera dentro il cuore mi manca quella libertà» esordisce la jihadista italiana. E poi spiega banalmente: «Mi sono convinta ad aderire allo Stato islamico perché nei video che giravano a Raqqa le donne uscivano con il niqab (il velo integrale, nda). Volevo vivere come loro».

Tutto è finito il 21 gennaio «di notte, quando i curdi mi hanno catturata assieme ad altri. Le donne sono state subito separate dagli uomini e ci hanno portato via tutto, ma non mi hanno fatto del male» racconta Sonia. Dopo la liberazione di Raqqa e la sconfitta del Califfato migliaia di jihadisti sono in fuga. «Volevamo andare tutti in Turchia, l'unica strada per uscire della Siria e proseguire verso l'Europa ed il proprio Paese» spiega Sonia confermando l'allarme dell'antiterrorismo sul rientro in patria dei volontari della guerra santa. Per tornare a casa vende tutto quello che possiede pagando «4.600 dollari ad un passeur», ma è inutile.

La sua è una storia d'amore e Jihad, che inizia con l'adescamento in rete da parte di un giovane tunisino, Hamza Al Abidi. «Eravamo in contatto via Facebook. È mio marito che mi ha spinto a lasciare l'Italia», conferma Sonia. Il principe azzurro delle bandiere nere la convince a raggiungerlo in Turchia «dove ci siamo sposati». La coppia jihadista va a vivere a Gaziantep, vicino al confine siriano, dove lo Stato islamico ha degli appartamenti sicuri per infiltrare i volontari della guerra santa nel Califfato. «Mio marito andava sempre in moschea ed io indossavo il niqab - racconta Sonia - Hanno capito che volevamo aderire a Daesh. E così nel 2015, qualche mese dopo avere partorito mia figlia, ci hanno portato a Raqqa».

La nuova vita non è proprio rose e fiori. «I raid della coalizione alleata erano continui - ricorda la giovane che arriva dal Veneto - Quando abitavo nella via dei Treni gli americani hanno bombardato molto vicino. Alle 11 di notte il cielo si è illuminato di rosso e abbiamo sentito arrivare 20 missili, uno dietro l'altro, boom, boom, boom. Era tutto distrutto, ma grazie ad Allah siamo sopravvissuti.

Sonia si sforza di descrivere la vita a Raqqa, da casalinga della Jihad, come assolutamente «normale». In realtà sul profilo Facebook compone il suo nome con i proiettili del kalashnikov. E pubblica come copertina la foto di una jihadista coperta da un burqa nero, che imbraccia un fucile mitragliatore con alle spalle la bandiera dello Stato islamico. Adesso giura che non è lei, ma una sua amica tunisina.

«Pensavo di essere l'unica dall'Italia. A Raqqa mi chiamavano Um Jenen, la madre di Jenen, l'italiana. Poi ho sentito che c'era un'altra ragazza di Padova, ma non ci siamo mai incontrate - racconta la jihadista - Al contrario ho conosciuto diverse donne arrivate dalla Francia, dal Belgio e dalla Germania». Al suo fianco Maryam Ahmed Mohammed, una marocchina pure lei prigioniera, vuole mandare i saluti agli zii «a Brescia e Napoli. Se Dio vuole ci rivedremo presto».

Sulle decapitazioni e brutalità del Califfato, soprattutto a Raqqa, dove ai tempi delle bandiere nere le teste dei prigionieri vengono esposte in piazza «Paradiso», nel centro della città, Sonia cerca di glissare. Poi ammette: «Un giorno andando al mercato ho visto un uomo appeso. Era già morto, ma lo avevano lasciato così», come monito. Suo marito le fa vedere i video delle decapitazioni e adesso dice: «Pensavo non fossero veri, che non erano loro (i tagliagole dello Stato islamico, nda) ad agire in questa maniera».

Anche sul compagno tunisino tende a sminuire il suo ruolo. «Ha lavorato qualche mese con il Diwan el Talim (una specie di dipartimento dell'istruzione religiosa, nda) per trovare case, appartamenti dove ospitare e far studiare i bambini di Daesh», racconta Sonia. Peccato che i «leoncini» del Califfo vengono indottrinati fin da piccoli a diventare guerrieri o kamikaze della guerra santa. La jihadista italiana giura che il marito non è mai stato un emiro, il numero due delle difese di Raqqa, come ha raccontato un'altra moglie dei mujaheddin. Sembra strano, però, che un militante qualunque di 30 anni sia finito nel mirino degli americani proprio all'inizio dell'assedio di Raqqa. «Mio marito è morto un anno fa alla fine del Ramadan. Lo hanno ucciso con il bombardamento di un drone a Raqqa», rivela Sonia.

La perdita del marito e soprattutto le sconfitte dello Stato islamico fanno cambiare idea alla jihadista italiana, che viene evacuata dalla «capitale» del Califfato prima che inizi la battaglia. Forse solo in apparenza o per convenienza sostiene: «All'inizio ero contenta che Daesh si espandesse convinta che fosse la volontà di Allah, ma poi vivendo a Raqqa ho capito che non era vero. (I mujaheddin) non sono più suoi fedeli servitori. È per questo che hanno perso. Amano solo uccidere. Ai tanti giovani che in Europa credono ancora in Daesh posso solo dire di cambiare idea».

Sonia chiede perdono anche ai genitori per la sua fuga in nome della guerra santa. Alla fine prima di tornare sotto una tenda nella zona sorvegliata di Heyn Issa ammette con una punta di amarezza: «Con Daesh ho perso tutto: la mia vita e mio marito. Adesso sono prigioniera ed una terrorista agli occhi del mondo».

www.gliocchidellaguerra.it