Don Spritz: "Io, prete controvento ora so mettere Dio prima della televisione"

Don Pozza, il sacerdote abituato al palcoscenico è cresciuto: "Ho corso il rischio di mettermi al centro Poi i carcerati mi hanno cambiato"

dal nostro inviato a Padova

«Ricordo la prima volta che sono entrato in carcere e ho visto Marino Occhipinti, banda della Uno bianca. Stava impastando un panettone. Quelle mani, pensai, hanno premuto il grilletto e ora lavorano un dolce. Non c'è spettacolo più commovente di vedere un uomo che cambia. Alcuni di questi delinquenti mi hanno detto: ho trovato qualcuno che ha creduto in me quando io avevo smesso di farlo». Don Marco Pozza, 36 anni, nativo dell'Altopiano di Asiago, ne ha fatta di strada da quando era «don Spritz». Ora è cappellano delle carceri di Padova, dove celebra messa agli ex uomini della 'ndrangheta, agli stupratori e pedofili, agli assassini. Ma è anche molte altre cose. Il suo sito www.sullastradadiemmaus.it è molto seguito dai giovani.

Don Spritz è cresciuto. Ora si definisce «prete controvento»: dove tira il vento?

«Con papa Francesco scopro che spesso soffia dalla mia parte. Essendo un prete nato sulla strada, un Papa che mette la strada al centro della sua predicazione è una grande cosa».

Questo vale nella Chiesa. E nella società?

«Andare controvento significa rifiutare i luoghi comuni e non rassegnarsi a dare il cervello in comodato d'uso».

Il luogo comune nel quale siamo tutti immersi è il politicamente corretto, quasi una nuova ideologia...

«Il politicamente corretto è un ostacolo alla ricerca della verità. È lo spazio in cui Satana intorpidisce l'anima. Mi viene in mente l'ultimo Festival di Sanremo, per parlare di qualcosa che han visto tutti: Carlo Conti ha detto che è stato il Festival della normalità. Chiedo: rientrano davvero nella normalità certi ospiti?».

Parla di Conchita Wurst?

«Se questa è normalità mi sia concesso dissentire. Il mio metro è la coscienza».

Altri esempi?

«Nel mio campo: è normale uno Stato che, vista la bontà dell'impegno delle cooperative sociali nelle carceri (ne ho esperienza diretta con la Giotto al Due Palazzi di Padova), decide di smantellarle anche se i vantaggi per tutto l'ambiente sono evidenti?».

Perché la chiamavano don Spritz?

«Più che una bevanda lo Spritz era uno spazio per incontrare i ragazzi. Se loro non vengono a vedere dove abito io, vado io dove abitano loro».

Perché lo stop?

«Ci fu collisione tra una visione statica della Chiesa e il temperamento irruento di un giovane prete. A quel punto ho accettato di andare a Roma a fare teologia alla Gregoriana. E lì ho fatto alcune scoperte».

Cioè?

«Innanzitutto, che il mondo è più grande di una provincia. Poi ho scoperto il carcere (Regina Coeli), una realtà che odiavo provenendo da una terra leghista. La terza scoperta è la possibilità d'intercettare, scrivendo, chi si è allontanato dalla Chiesa».

Che fine ha fatto la sensibilità leghista in carcere?

«Smantellata. Entrandoci, ho capito che vedevo il carcere in base alle distorsioni che mi avevano trasmesso e le due facce non combaciavano. Così ho scelto di rendere più vero il mio sapere».

Adesso a che punto siamo?

«Sto sperimentando due cose che mi brucia ammettere. La prima è che il Vangelo lo capisci se c'è un povero che te lo traduce».

Cosa vuol dire?

«Il Vangelo è la buona notizia rivolta ai poveri. Da vent'anni leggo la pagina di Matteo che racconta il Giudizio universale e sento dire: ero carcerato e siete venuti a trovarmi. Così, ora, quando incrocio gli occhi dei detenuti mi vengono i brividi».

L'altra cosa che le brucia.

«Nasce da qui. La giustizia senza misericordia diventa tortura e la misericordia da sola può favorire la dissoluzione. Di buonismo non abbiamo bisogno».

Ne vede tanto in giro?

«Il buonismo più insipido è essere disposti a svendere le basi della propria identità per compiacere il mondo. Faccio un esempio: mio padre ha perso il lavoro. Se la persona che ha più bisogno è seduta a tavola con me che senso hanno tante filantropie? Questo non significa essere egoisti, ma prendersi cura della propria storia».

Non sembra un ragionamento da prete di strada...

«Secondo papa Francesco o si sta sulla strada, con il gregge, o non si è preti. Il Vangelo è nato sulla strada, non in sacrestia».

Sulla copertina del suo ultimo libro intitolato «L'imbarazzo di Dio» campeggia un gallo: quello di Pietro?

«Certo. Quando canta, lui si ricorda di ciò che il Maestro gli aveva detto. E si sente in imbarazzo. Eppure Gesù continuerà a scommettere su di lui. Il canto del gallo è il sottofondo delle mie giornate. Ogni giorno mi stupisco che Dio scommetta su di me».

Il prete controvento in realtà è un prete mediatico.

«Le telecamere non m'imbarazzano. Ma voglio fare buon uso di questo talento. Sapendo che la vita sarà un eterno rincorrere Dio sul filo del rasoio».

Il rasoio è tra il personaggio don Marco e la grazia del Signore che salva?

«Il palcoscenico dei media ti si può ritorcere contro. Il primo periodo di sacerdozio è stato gratificante, ma ho corso il rischio di mettermi al centro. Ora sono più accorto, per esser tramite di un'azione più grande».

Com'è la sua giornata?

«Si divide tra il lavoro in carcere e l'insegnamento della teologia. Dalle sei alle otto e mezza prego e celebro messa. Alle nove sono in carcere fino alle tre. Dopodiché, se non ho scuola di teologia, prendo la macchina o l'aereo per andare a incontrare la gente, i giovani... Quando mi alleno per la maratona, sveglia alle quattro per correre. Da ragazzo andavo in bicicletta e ho l'agonismo nel cuore...».

Pensando di salvare il mondo da soli ci si può perdere.

«Rischierei di portarmi dietro tante persone. È una responsabilità che mi turba. Preferisco arrivare un attimo più tardi, ma in compagnia».