Isis choc: ottomila dollari per una schiava

Il Califfato fa cassa sul web vendendo le donne yazide che sono state rapite

In arabo è «sabaya», letteralmente «schiava». Termine di cui si farebbe volentieri a meno nel vocabolario della dignità umana. Ma gli uomini dell'Isis purtroppo hanno lanciato una nuova frontiera in materia di schiavitù, utilizzando il potente strumento dei social per mettere in vendita donne. L'ha rivelato nei giorni scorsi il Washington Post, intercettando un messaggio su Facebook che recitava «a coloro che pensano di acquistare una schiava, questa costa 8mila dollari». Il testo, apparso il 20 maggio, era sull'account di un soggetto che si firmava Al Amani, «il tedesco», riconducibile a un cittadino originario del Marocco, ma residente per anni ad Amburgo, che sta combattendo per l'Isis in Siria. L'annuncio, rimosso poche ore dopo, era corredato da una foto della ragazza, di origini yazide. Al Amani aveva pubblicato anche l'annuncio di una seconda ragazza ridotta in schiavitù, pure lei in vendita per la medesima cifra. Il tedesco invitava i suoi amici su Facebook a sposarsi e a trasferirsi nei territori occupati dall'Isis in Iraq e Siria. Qualcuno ha risposto al post, chiedendo per quale ragione le quotazioni economiche delle due ragazze fossero così alte e se avessero particolari qualità. Al Amani, come se stesse parlando di un oggetto, ricordava ai possibili acquirenti che «il prezzo è determinato dall'offerta e dalla domanda».

Il terribile episodio mette in evidenza due aspetti del mondo del Califfato: una probabile situazione di crisi economica all'interno del movimento stesso, che induce gli adepti di Al Baghdadi a monetizzare su qualsiasi cosa, ma anche la pratica diffusa della schiavitù, concentrata sulla tratta delle ragazze di origini yazide. Tutto ha avuto inizio il 3 agosto di due anni fa, quando i miliziani dell'Isis invasero i villaggi yazidi sul monte Sinjar, nel Nord dell'Iraq. Uomini e donne furono divisi: i primi giustiziati, le seconde caricate su dozzine di furgoni vuoti e condotte a Mosul. Fu in quell'occasione che il mondo occidentale iniziò, attraverso i media, ad avere una certa dimestichezza con la parola «sabaya». Da allora sono state rapite qualcosa come 5mila tra donne e ragazze, alcune addirittura bambine. Un terzo di loro è riuscito a fuggire, mentre oltre 3mila si trovano nelle mani del Califfato. Le schiave vengono donate o vendute a emiri e combattenti. E il magazine ufficiale dell'Isis, Dabiq, considera legittimo trattare le donne yazide, considerate come «khums», ovvero bottino di guerra. Viene da chiedersi perché il prezzo di vendita sia stato fissato in 8mila dollari. Lo ricorda il ministro della Salute iracheno, la signora Adila Mahmoud. «Ci sono centinaia di casi di famiglie che hanno pagato riscatti fino a 6mila euro per riavere indietro le loro care. Gli assassini dell'Isis hanno soltanto alzato il prezzo. Per un'organizzazione come quella di Al Baghdadi, che mira all'autosufficienza economica, la tratta rappresenta un'occasione di business appetitosa».