In Islanda si scatena la rivolta di piazza E il premier se ne va

Anche Cameron in difficoltà, i laburisti vogliono un'inchiesta Trema il presidente argentino. E ora si muovono tutte le procure

Ormai l'affare Panama Papers è diventato il primo punto all'ordine del giorno nelle agende politiche, e anche giudiziarie, di molti Paesi. Le prime rivelazioni sul contenuto del colossale archivio con 11,5 milioni di file, che riguardano oltre 200mila società offshore, costituite grazie alla consulenza dello studio Mossack Fonseca di Panama City, hanno fatto tremare vip e potenti del mondo. Il vero terremoto è quello politico per ora. Il primo a farne le spese è stato il premier islandese Sigmundur Gunnlaugson, travolto dalla bufera Panama Papers perché possiede assieme alla moglie una società offshore alle Isole Vergini, con la quale avrebbe acquistato alcuni milioni in obbligazioni presso tre banche islandesi, fallite durante la crisi finanziaria del 2008. Ieri l'Islanda ha vissuta la seconda giornata di proteste in piazza e i partiti di opposizione hanno presentato una mozione di sfiducia al primo ministro. Gunnlaugsson ha subito replicato che, se passerà la sfiducia, scioglierà il parlamento per andare al voto anticipato. Ma non ha fatto i conti con il capo dello Stato, Olafur Grimsson, rientrato precipitosamente dagli Stati Uniti per affrontare la crisi politica. Il presidente, infatti, nell'incontro con il primo ministro ha detto chiaramente che il parlamento non sarà sciolto e che Gunnlaugsson dovrà nuovamente consultare i partiti per formare una maggioranza che lo sostenga. Impresa ardua, visto che il Partito dell'indipendenza, che fa parte della coalizione, sta mugugnando e molti deputati sono già sul piede di guerra, sull'onda delle proteste di piazza. Al premier islandese non è rimasto che prenderne atto e rassegnare le dimissioni. Naturalmente si stanno muovendo tutte le autorità fiscali e le procure dei Paesi, i cui cittadini sono coinvolti nell'affare Panama Papers. Dall'Italia all'Australia, dalla Francia all'Islanda, tutti vogliono ora vederci chiaro. Stessa cosa farà la procura generale russa, dopo che i nomi di alcuni uomini della cerchia del presidente Putin sono comparsi sui media internazionali. E anche le autorità fiscali ucraine hanno annunciato che indagheranno sul presidente Petro Poroshenko, il quale avrebbe evaso milioni di dollari di tasse grazie a una compagnai offshore che produce dolciumi. Il presidente argentino Mauricio Macri, invece, non sente ancora il fiato sul collo della magistratura, ma l'opposizione politica sta facendo fuoco e fiamme. Malgrado le spiegazioni date in tv dal presidente, la polemica non si placa. Anche perché è spuntata subito dopo una seconda società offshore di Macri costituita a Panama. Il presidente si è difeso dicendo di non aver commesso alcun atto illegale e che ha denunciato tutto al fisco. Sarà, ma piovono le critiche e i dubbi sulle operazioni, alimentati dai partiti d'opposizione, restano. Bufera anche sul premier conservatore britannico David Cameron, il quale ha replicato ieri la prima volta in un incontro pubblico. «Non ho azioni, né conti offshore, né fondi offshore», ha detto rispondendo alle rivelazioni contenute nei Panama Papers sul tesoro di famiglia che suo padre avrebbe occultato in un paradiso fiscale. Ma l'opposizione laburista non ci sta e ha già chiesto «un'inchiesta indipendente» sui nomi britannici. «Il premier deve fare chiarezza ha detto il leader laburista Jeremy Corbyn Questo abuso deve finire. Non ci può essere un sistema di regole per la ricca élite e un altro sistema per il resto della popolazione».