Italicum, buona la prima ma il Pd salta per aria

Pesa l'assenza dei 38 deputati democratici ma il governo porta a casa il risultato: 352 sì Decisiva la spaccatura della fronda interna E Brunetta: «A sinistra non c'è più un partito»

Sull'Italicum Matteo Renzi incassa il quarto voto di fiducia più consistente di sempre, 352 voti (sono state 37 le questioni di fiducia poste dal governo). E l'opposizione il secondo più numeroso, 207 voti contrari.

Ma fuori dall'aula di Montecitorio restano 38 deputati del Pd: quasi il 20% della consistenza del gruppo. Non partecipano al voto i «big» (o ex big) del partito, come Pier Luigi Bersani, Enrico Letta, Guglielmo Epifani, Rosy Bindi. Potevano essere 50 in più se, all'ultimo momento, a Renzi non fosse riuscito a spaccare l'opposizione interna. Quelli di «Area riformista», infatti, firmano un documento con il quale annunciano - pur criticando la richiesta della fiducia - che si allineano alle direttive del presidente del Consiglio. Se nemmeno loro avessero votato la fiducia, il governo avrebbe corso seri rischi di andare sotto.

«È uno strappo che peserà sulla durata della legislatura», commenta Gianni Cuperlo: uno di quelli che non ha votato. Ma che, soprattutto pesa sull'opposizione interna. Si sono contati. Ed alla fine gli equilibri in Aula sono molto simili a quelli rappresentati nella direzione del Nazareno.

Nel complesso, alla maggioranza di Montecitorio mancano 44 voti sull'articolo 1 della riforma elettorale: ai 38 del Pd si aggiungono anche i 5 di Ncd; e, tra questi, quello di Nunzia De Girolamo. Tutti presenti i voti contro della Lega (uno solo in missione), come quelli di Sel. Toni Mattarelli, però, vota a favore dell'Italicum e si dimette dal gruppo per passate nel Misto. Mancano all'appello 5 voti di M5S: tutti in missione, spiegano. E dal gruppo dei grillini arriva il commento più acido: «Nessuno del Pd ha votato contro l'Italicum». Verità inconfutabile.

Una decina di assenze anche in Forza Italia. «Abbiamo tenuto gli stessi numeri di martedì», commenta soddisfatto Renato Brunetta. «Ma dall'altra parte (il Pd, ndr ) non c'è più un partito».

«Con dispiacere, insieme ad altri, ma non partecipo al voto», commenta Epifani: ex segretario di Cgil e Pd. Pier Luigi Bersani, suo predecessore, dice una delle sue: «Non farò il nanetto di Biancaneve». Per dire: non lascio il partito. «Il tema non è uscire dal Pd, ma tornare al Pd». Insomma, non avvierà nessuna diaspora «a sinistra» di Renzi. Rosy Bindi giudica la richiesta di voto di fiducia «un atto di prepotenza che tradisce la debolezza di Renzi». Una debolezza data dal numero dei voti raccolti: il quarto più numeroso. I prodiani Zampa e Monaco, invece, si allineano alle direttive di Palazzo Chigi e votano la fiducia.

Nello psicodramma collettivo vissuto da una fetta del Nazareno non potevano mancare le lacrime. «Non vorrei passare per la deputata che piange, ma per me è stato difficile non votare la fiducia». Marilena Fabbri ha il volto rigato. Non ha votato la fiducia al governo presieduto dal segretario del suo partito. E le pesa. Iscritta giovanissima nel Pci è stata anche sindaco di Sasso Marconi. «È stato difficilissimo. Io sono per il gioco di squadra perché non si sta qui a titolo personale». La coerenza davanti a tutto.

Commenti

krgferr

Gio, 30/04/2015 - 09:49

E pensare che per vent'anni il loro incubo è stato il Berlusca! Che strateghi della mutua! Saluti. Piero

buri

Gio, 30/04/2015 - 10:32

Per ottenere il potere assoluto Renzi è disposto a distruggere il proprio partito, a quando il Ministero dell'infirmazione e la censura?