Al Jobs Act manca l'Agenzia del lavoro: nessuno ricolloca disoccupati e licenziati

Nessuno ricolloca disoccupati e licenziati

Roma - Il sogno di Marco Biagi rischia di non avverarsi. A un anno dall'approvazione del Jobs Act manca ancora lo strumento principale per facilitare il ricollocamento dei disoccupati: l'Agenzia nazionale per il Lavoro (Anpal). Cioè, esiste uno schema di decreto che istituisce questo nuovo ente e ne fissa le dotazioni organiche (circa 400 unità provenienti da ministero, Isfol e Italia Lavoro sulla base della mobilità volontaria), le strutture (7 divisioni) e il modus operandi. A parte questo, non c'è nulla. Eppure il Jobs Act, con la possibilità di licenziare un dipendente entro i primi tre anni dall'assunzione, si fonda proprio sull'idea di lavoratori flessibili in grado di acquisire nuove competenze e reimmettersi subito sul mercato in caso di perdita del posto.«Tutto tace», ha dichiarato a Radio Radicale Michele Tiraboschi, coordinatore scientifico del Centro studi Adapt, aggiungendo che «l'Anpal dovrebbe occuparsi di un più efficiente incontro tra domanda e offerta di lavoro facendo dialogare agenzie private e collocamento pubblico, ma di questo non si parla più». Insomma, quando un'istituzione è necessaria la si dimentica e se la si realizza si mette su il solito carrozzone. Secondo Tiraboschi, si è scelto di «ingessare questa nuova struttura» trasformandola in una sorta di divisione del ministero del Lavoro, mentre per ripensare il collocamento in maniera moderna «servono competenze e professionalità specifiche di alta qualificazione».Tutt'altra cosa rispetto al modello tedesco di Agenzia nazionale per l'impiego che Matteo Renzi intendeva originariamente seguire. Basti pensare che in Germania il coordinamento pubblico-privato per l'impiego (che ingloba anche la formazione) coinvolge 100mila persone per una spesa annua di 9 miliardi, mentre in Italia questo settore occupa 7.500 addetti e costa 700 milioni circa (70 dei quali saranno a carico dell'Anpal). C'è solo un motivo che può spiegare il ritardo e l'inefficacia generale: un riordino complessivo avrebbe creato problemi di costituzionalità in quanto il Titolo V assegna alle Regioni le politiche attive. Cambiando tutto, si sarebbe finiti in un pantano senza fine di ricorsi.

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