Jobs Act, Ncd sconfitto dal Pd Approvata una riforma «soft»

Scontro nella maggioranza, così Renzi ha beffato gli alfaniani che avevano fatto dell'abolizione dell'articolo 18 una bandiera

Roma Il varo dei primi decreti attuativi del Jobs Act si lascia dietro uno strascico di polemiche nella maggioranza.

Lo scontro tra Ncd e l'ala sinistra del Pd è stato durissimo nelle ore cruciali dell'elaborazione del testo, il capogruppo alfaniano Sacconi e quello del partito di Renzi, Roberto Speranza, si sono scambiati tweet e dichiarazioni al curaro, si è arrivati persino a ventilare una rottura degli accordi di governo.

Ma il premier, che pure avrebbe anche lui voluto un testo molto più deciso e che in cuor suo parteggiava per la riformulazione «hard» dell'articolo 18, ha alla fine fatto prevalere la realpolitik : giudicando altamente improbabile che il Nuovo centrodestra sia nelle condizioni di scatenare una crisi di governo col pretesto dell'articolo 18, ha preferito non alimentare tensioni con il corpaccione della sinistra Pd. Così ha deciso per la linea morbida: via il cosiddetto «opting out», ossia la possibilità per l'imprenditore di aggirare l'obbligo del reintegro del lavoratore licenziato ingiustamente versandogli una sorta di super-indennizzo, che pure a Matteo Renzi non dispiaceva affatto; e niente facoltà di licenziamento per «scarso rendimento». Ha prevalso insomma il fronte interno al Pd, guidato da Speranza e dal presidente della commissione Lavoro Cesare Damiano, che ha cercato fino all'ultimo di addolcire la pillola amara per la sinistra, e che secondo i ben informati ha chiesto e trovato anche una sponda al Quirinale. Il presidente Napolitano, pur senza entrare nel merito del testo, avrebbe suggerito di evitare scontri ideologici pericolosi dentro il Pd, tanto più alla vigilia di un appuntamento cruciale come quello dell'elezione del suo successore. Argomento cui il premier, che ha bisogno di compattare al massimo il proprio partito per affrontare la partita del Colle, non è certo insensibile.

Per due giorni, come racconta lo stesso Damiano, lui e Speranza hanno fatto «il diavolo a quattro» perché i decreti delegati fossero più vicini possibile al compromesso raggiunto nel Pd ai tempi del varo del Jobs Act, perorando la loro causa con Renzi, con il responsabile economico Pd Taddei, con il vicesegretario Guerini, e trovando orecchie attente nel ministro del Lavoro Poletti: «Un mese fa abbiamo sudato sette camicie per fare un accordo sui licenziamenti disciplinari che lo rendesse digeribile a sinistra, se il governo torna indietro si riapre tutta la diatriba e la Cgil avrà buon gioco a scatenare di nuovo la protesta. Mentre con un buon compromesso mettiamo a tacere la Camusso e rafforziamo l'atteggiamento dialogante della Cisl», hanno argomentato. E alla fine il premier ha chiuso la partita in Consiglio dei ministri avocando a sé la scelta: «C'è un momento in cui un leader, o presunto tale, si assume responsabilità delle scelte finali», ha spiegato nella conferenza stampa della vigilia di Natale, presentando il testo.

A sinistra solo i soliti Fassina e Civati continuano a lamentarsi accusando Renzi di «seguire le indicazioni della Troika». A restare col cerino in mano nella maggioranza è invece Ncd, che ha dovuto incassare la sconfitta: «Avverto molta delusione, la montagna ha partorito un topolino. È mancato il coraggio delle grandi scelte», lamenta Sacconi. A spargere sale sulle ferite degli alfaniani ci si è messa Forza Italia. «Sull'articolo 18 siete patetici», irride Maurizio Gasparri. «La riforma del lavoro sembra frutto di vere e proprie lotte intestine all'interno della maggioranza e del governo», infierisce Paolo Romani. «Ncd si dimostra marginale nel governo», dice Elvira Savino. Sacconi replica seccamente: «Ncd ha vissuto e vive la convivenza anomala e transitoria con la sinistra a schiena dritta. La destra fa solo propaganda».