Il kamikaze kirghizo e quei soldati venuti dalle colonie dell'odio

Djalilov era figlio delle Repubbliche ex Urss. Che oggi l'Isis usa come carne da macello

Baffetti e occhi leggermente a mandorla incorniciati in un volto da bravo ragazzo di 22 anni, che si è fatto saltare in aria seminando morte e distruzione. Akbarjon Djalilov nato in Kirghizistan, ma di origine uzbeka e con cittadinanza russa, è il terrorista kamikaze della metropolitana di San Pietroburgo. Sia lo Stato islamico che Al Qaida utilizzano proprio i volontari della guerra santa delle ex repubbliche sovietiche dell'Asia centrale, come carne da macello in missioni suicide, compresi i bambini. Non solo: un filo rosso collega San Pietroburgo ai più clamorosi attentati delle bandiere nere in Turchia. Nell'attacco kamikaze all'aeroporto di Istanbul nel giugno dello scorso anno hanno agito un ceceno, un kirghizo ed un uzbeko. La strage nella discoteca Reina a Capodanno è stata compiuta da Abdulkadir Masharipov nato in Uzbekistan ai tempi dell'Urss.

Non è un caso che sono 900 i volontari della guerra santa uzbeka partiti per la Siria e l'Iraq. La stessa famiglia di Djalilov, secondo i vicini di casa, deriva dall'Uzbekistan. Il giovane terrorista è nato nel 1995 ad Osh, nella valle di Fergana, che in Kirghizistan è sempre stata la culla dell'estremismo islamico fin dai tempi di Osama Bin Laden, ma non ha mai avuto la cittadinanza. A 16 anni, su richiesta del padre ha ottenuto il passaporto russo. Dal 2011 l'aspirante kamikaze si è trasferito nella Federazione russa. Ed è tornato in Kirghizistan un mese fa, dove sarebbe stato attivato per l'attacco. Il sospetto è che abbia avuto contatti con diversi movimenti integralisti. Si parla di Hizb ut-Tahrir, partito delle Liberazione, un'organizzazione messa fuori legge in Asia centrale, che dagli anni cinquanta si propone di fondare un Califfato, ma pacificamente. Ben più pericolosa l'Unione della guerra santa islamica dell'Uzbekistan legata alle bandiere nere. Per non parlare dei presunti contatti con Hayyat Tahrir al-Sham, un'alleanza di quattro fazioni nata il 28 gennaio, che deriva dalla costola di Al Qaida in Siria.

Altri frammenti di notizie non ancora confermate rivelano che Djalilov lavorava in un'officina e ancora prima in un ristorante sushi di San Pietroburgo. Come molti jihadisti sarebbe stato un fan delle arti marziali. Nonostante sia l'unico terrorista ufficialmente identificato è probabile che facesse parte di una cellula, che doveva fare scoppiare anche la seconda bomba con un chilogrammo di esplosivo nascosto in un estintore. L'Fsb, i servizi segreti russi, avrebbero inibito una serie di telefonini evitando che l'ordigno venisse innescato. Se così fosse sarebbe confermato che l'intelligence temeva un attacco e aveva qualche sospetto e numero di cellulare nel mirino. Per questo motivo non sono esclusi arresti nelle prossime ore.

L'unico dato certo è che dal Kirghizistan sono partiti per i fronti siriano ed iracheno almeno 300 volontari della guerra santa. In gran parte arruolati nello Stato islamico spesso con l'intera famiglia. Non mancano anche diversi casi di donne partite con i figli, dopo aver abbandonato il marito. Grazie a questa dedizione estrema i reclutatori della bandiere nere hanno puntato sui bambini e adolescenti kirghizi e di altre repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale per creare una falange di giovanissimi kamikaze. Lo Stato islamico ha realizzato addirittura una app rivolta ai «leoncini del Califfato», che promette dei premi se attaccano obiettivi in Siria ed Iraq, ma pure in Europa come il Big Ben o la Torre Eiffel. I bambini non vengono solo addestrati alla guerra santa, ma utilizzati per esecuzioni di prigionieri poi propagandate in orribili video. Secondo uno studio della fondazione inglese Quilliam contro la radicalizzazione, dal 2015 al 2016 sono ben 89 i giovanissimi convinti ad immolarsi come «martiri».

Secondo i servizi russi sono ben 7mila i combattenti in Siria ed Iraq provenienti dalle ex repubbliche sovietiche dal Caucaso all'Asia centrale. Ed almeno 250 sarebbero rientrati per colpire la Russia o rinfocolare il conflitto caucasico. Ventiquattro ore dopo la bomba di San Pietroburgo due poliziotti sono stati uccisi in un'imboscata jihadista in Daghestan, la provincia ribelle russa che confina con la Cecenia.