Il kamikaze pagato con un gregge di pecore

Identificato l'attentatore dello Stade de France. Alla sua famiglia anche 5mila euro

Quanto vale la vita di un kamikaze? Per la prima volta l'intelligence francese è riuscita a saperlo con una certa precisione. È stato infatti ricostruito l'identikit di uno dei due «martiri» dell'Isis che il 13 novembre 2015, intorno alle 21,20, si fece esplodere allo Stade de France (un terzo si suicidò mezz'ora dopo a 400 metri dall'impianto sportivo lasciando a terra 11 feriti in un Mc Donald's).

Era in corso l'amichevole Francia-Germania e non c'era ancora stata la strage del Bataclan, che pochi minuti dopo fece oltre novanta vittime (93 con la morte dei feriti più gravi nei giorni successivi all'attacco). Secondo quanto rivela il quotidiano Le Parisien, che cita una nota dell'intelligence estera francese (Dgse) desecretata a dicembre, si tratta di un ventenne iracheno, Ammar Ramadan Mansour Mohamad al Sabaawi. Il più piccolo di quattro fratelli. Ben educato e con un diploma portato a casa. Poi la decisione shock di unirsi alle truppe del califfato. Non per combattere nei territori di Daech, tra la Siria e l'Iraq, ma per una missione suicida in Europa.

Anche se la sola vittima sul posto a Saint-Denis fu il 63enne Manuel Dias, l'autista di un bus che quella sera accompagnò alcuni tifosi allo stadio, l'incarico era stato portato a termine. La notizia dell'attentato cominciava a circolare, François Hollande e altri ministri del governo francese erano immobili sulle tribune dello stadio. Il resto è storia del 13 novembre: 133 vittime, 350 feriti. Ma quel primo colpo dello Stato islamico ha fatto sì che i dirigenti dell'Isis contattassero con orgoglio i genitori di al Sabaawi, informadoli del «martirio» del figlio valso un indennizzo pari a 5 mila dollari americani: pagato in dinari iracheni con l'aggiunta di un gregge di pecore donato alla famiglia.

Per confondere le acque non avrebbero menzionato gli attentati di Parigi ai genitori di Sabaawi, accennando a una missione suicida a Baghdad. Ma sulla rivista propagandistica dello Stato islamico, «Dabiq», i due kamikaze avevano nomi di battaglia iracheni: Ukashah al Iraqi e Ali al Iraqi, pur essendosi lasciati dietro passaporti siriani. Da qui è partita l'inchiesta. Una volta stabilito con certezza che al Sabaawi fosse originario di un sobborgo di Mosul si è passato agli spostamenti.

Era arrivato guarda caso con un barcone carico di migranti, nascosto tra i profughi dell'isola greca di Leros. Non da solo, secondo la Dgse. Con lui uno o più complici. Sbarcato in Grecia il 3 ottobre 2015 con in tasca già il falso passaporto siriano, si è dichiarato richiedente asilo per muoversi in area Schengen. Immediata la fuga: Serbia (7 ottobre), Austria (8 ottobre), ultima frontiera ad averlo registrato. Poi un mese nell'ombra prima di colpire Parigi.

Era il quarto di quattro fratelli e si era unito al Califfato con un altro fratello, con cui si era trasferito a Mosul quando la città era già passata sotto il controllo dell'Isis nel giugno 2014. Il maggiore invece è un ex militare delle file dell'ex regime di Saddam Hussein. Combatteva contro l'invasione americana del 2003, ma oggi sarebbe un semplice carpentiere. Il secondo, un tassista di Mosul.

D'altronde la stessa Europol parla da tempo di vere e proprie «agenzie di viaggio». A luglio già citava potenziali terroristi mimetizzati tra i migranti. Ieri la conferma del vice-direttore Wil Van Gemert: sono state raccolte prove di come le organizzazioni siano state sfruttate dai miliziani dell'Isis per «finanziare i propri interessi» e ottenere documenti.