Khachia, il "martire" caduto in Siria che minacciava di morte "il Giornale"

Un filo rosso lega Oussama, espulso dall'Italia e poi ucciso in combattimento, coi nuovi terroristi fermati l'altra notte

Milano - «Non esiste un quotidiano più squallido e spregevole del Giornale», scriveva Oussama Khachia, quando a marzo dell'anno scorso ci occupammo di lui. E poi, all'autore dell'articolo: «Hai proprio una faccia da... troppo facile infierire sui vermi. Sei uno zombie, un morto che cammina».

Oggi il corpo di Oussama, caduto in combattimento, è sepolto da qualche parte nelle lande dello Stato Islamico, la patria che aveva raggiunto dopo essere stato espulso. Ma quel corpo, in qualche modo, continua a parlare. E conferma che la pista che i servizi segreti italiani avevano indicato, individuando Oussama come una figura chiave del jhadismo di casa nostra, era esatta. Perché Oussama è diventato un mito per altri islamici sparsi tra le pianure e le fabbriche lombarde, ed è in suo nome che gli arruolamenti sono continuati. Ed è proprio seguendo le tracce telematiche di Oussama, prima che trovasse il martirio, che l'Aisi ha individuato per la prima volta quello che i nostri agenti segreti hanno subito ribattezzato «il pugile»: ovvero Abderrahim Moutaharrik, campione di kickboxing, transitato passo dopo passo dalla passione per i cazzotti sul ring a quella per la guerra santa.

«Non abbiamo niente da dire, stiamo lavorando»: così ieri rispondono dalla fabbrichetta di Valmadrera, macchine per pastifici e pizzerie, dove «il pugile» aveva lavorato a lungo. Ma chi lo ha incontrato e seguito, nei mesi della sua metamorfosi, è rimasto impressionato dalla rapidità della evoluzione. L'Aisi arriva a lui monitorando i micronetwork, le celleule virtuali ristrette dove si confrontano gl elementi radicali. Quando Oussama lo ammette nella sua rete, «il pugile» per i servizi è uno dei tanti tenuti sott'occhio: ma compie in fretta le tappe, da soggetto a rischio a pericolo conclamato.

Un primo segnale, quando difende - polemizzando con i suoi stessi confratelli - la ferocia con cui l'Isis brucia vivo Muad Kasasbeah, il pilota giordano catturato nel dicembre 2014; poi quando nel gennaio scorso, dopo la notizia della morte di Oussama, pubblica un necrologio in cui sembra promettere di seguirne le tracce: «Omaggio a te, caro fratello, tu che eri la mia fonte di ispirazione». E infine il messaggio in cui annuncia che lascia lo sport, «rinunciando al mio sogno». «Prendere questa decisione è stata dura per me però è la vita a volte ti obbliga a fare delle scelte».

Per la nostra intelligence, è la prova che Moutaharrik ha compiuto la sua mutazione, e si prepara a recidere i legami con la sua vita di prima, il posto in fabbrica e i guantoni, per seguire le orme di Oussama. Quando partono le intercettazioni giudiziarie, i proclami del «pugile», che vuole andare all'attacco dell'ambasciata d'Israele, non fanno che confermare il ritratto: un duro, un mix di potenza fisica e fanatismo religioso.

Quando va a pregare alla moschea di Lecco si lamenta perché i sermoni sono troppo pacifisti: e pensare che a predicare c'è Mohamed Koraichi, fratello di Oussama, anche lui di lì a poco pronto a partire per il fronte, portandosi dietro moglie e figli, in un interminabile viaggio attraverso i Balcani su una vecchia Xsara. Intorno a loro due, Mhammed e Abderrahim, si muove il coro dei loro familiari: femmine succubi e infervorate, e nel blocco brilla la figura di Alice Brugnoli, la moglie italiana di Koraichi; la madre cerca disperatamente di riportarla alla ragione, e all'ultima chiamata su un cellulare indonesiano si sente dire, quasi brutalmente, «se vuoi parlare ancora con me convertiti anche tu».

Nei maschi, le intercettazioni raccontano di una determinazione senza quartiere; nelle donne, di un livore quasi inspiegabile, e che a volte sembra sconfinare nella follia: come quando Alice cambia la foto del suo profilo di Whatsapp, e ci mette l'immagine simbolo di questa inchiesta: i quattro bambini in mimetica da guerra, l'indice al cielo nel segno del tawhid, l'unicità di Allah, precetto chiave per i combattenti della guerra santa.