Il killer arrestato a febbraio. Nell'auto biglietti pro Isis

Musulmano francese della periferia parigina, era andato in Algeria ignorando i domiciliari

L'uomo che giovedì sera ha sparato sugli Champs Elysées con un kalashnikov si chiamava Karim Cheurfi, 39 anni, francese. Era stato fermato e rilasciato il 23 febbraio dalla polizia. Gli agenti si accorsero che non aveva rispettato i domiciliari, né l'obbligo di cure psichiatriche decise dal tribunale per un precedente arresto. Si era presentato davanti al giudice l'ultima volta il 7 aprile scorso, che gli aveva ricordato i suoi obblighi, come quello di comunicare eventuali spostamenti. Era infatti partito per l'Algeria, senza avvisare, dal 15 gennaio al 14 febbraio. «Per sposarsi», le motivazioni rese al giudice. Fermato per questo dalla polizia e poi rilasciato. Il procuratore della Repubblica François Molins chiarisce che Karim C. vantava un pesante passato giudiziario, ma «non aveva mai presentato segni di radicalizzazione» negli anni passati in prigione, nonostante dal dicembre scorso fosse sotto la lente di ingrandimento dei Servizi. Colpevole del tentato omicidio di due agenti e di aver assalito una guardia nel penitenziario di Roissy-en-Brie, già nel 2003 fu condannato a 20 anni, ridotti a 5.

Era nato nella periferia di Parigi. Mai stato in Siria, secondo le prime indagini della procura antiterrorismo. Eppure un messaggio di sostegno all'Isis è stato trovato vicino al suo cadavere dopo la sparatoria sugli Champs Elyseés in cui è morto dopo aver ucciso il poliziotto 37enne Xavier Jugelé: «Una vera e propria esecuzione», hanno raccontato i testimoni. Il poliziotto era anche un attivista gay. In vista di promozione: dalla stradale alla polizia giudiziaria tra pochi giorni. Era alla riapertura del Bataclan «per difendere i valori civili dicendo No al terrorismo».

Prima di essere rintracciato e ucciso, Cheurfi ha avuto il tempo di ferire altri due agenti (uno gravemente, morirà in ospedale nella notte) e una donna tedesca residente in Francia colpita da una scheggia. Nella sua Audi 80 un Corano, biglietti pro Isis e armi: un fucile a pompa e delle lame, tra cui un coltello da cucina. Appunti scritti a mano con l'indirizzo della Dgsi, i Servizi interni, del commissariato di Lagny nella banlieue nord-est di Parigi dove viveva e di tre armerie. Anche l'abitazione del terrorista è stata perquisita nella notte di giovedì e ieri tre suoi familiari sono stati fermati in due diverse case: in quella della madre, a Chelles, sono stati trovati «elementi di radicalizzazione tra cui un libretto salafita».

La rivendicazione dell'Isis è arrivata appena due ore e mezza dopo l'attacco, attribuendo il colpo al jihadista belga Abu Yousif. Un giallo su cui indaga l'antiterrorismo, visto che ad Anversa la persona indicata come possibile complice, su cui la Francia aveva emesso un mandato di cattura, si è presentata alle autorità negando ogni coinvolgimento. La procura federale belga sostiene che «al momento non c'è nessun legame» tra il Belgio e l'attacco di Parigi. L'uomo ha un alibi confermato da testimoni. È noto per gravi casi di traffico di stupefacenti, ma secondo i belgi non ha connessioni col terrorismo né è noto per la radicalizzazione. Youssouf E.O. si è infatti presentato al commissariato spiegando che giovedì sera stava lavorando in una stazione di servizio. La rotta del treno Thalys, quella che collega Bruxelles a Parigi, potrebbe però non essere estranea.

I controlli per salire a bordo di quel treno sono stati rafforzati al pari degli aeroporti: non si sale sul Thalys senza passare dal metal detector che verifichi l'eventuale presenza di armi da quando due marines e un civile, per puro caso sul treno Amsterdam-Parigi, sventarono un attacco il 21 agosto 2015. Il terrorista era di origine marocchina ed era salito a Bruxelles. «Tutta l'Europa è presa di mira, oltre 50mila poliziotti mobilitati», spiega sibillino il premier francese Cazeneuve dopo il Consiglio di difesa convocato da Hollande. Le indagini vanno avanti.