Kim testa il missile che può colpire l'America

Lanciato ieri dal dittatore, ha volato per 500 chilometri. È l'ottavo test dall'inizio dell'anno

«Il nuovo missile lanciato dalla Corea del Nord è in grado di colpire l'Alaska e le Hawaii». Le affermazioni di Han Min-goo, ministro della Difesa di Seul, fanno tremare i polsi e aprono scenari sempre più indecifrabili. L'esperimento missilistico perpetrato dal dittatore nordcoreano Kim Jong-un, l'ottavo dall'inizio dell'anno, non è soltanto più un gesto di sfida o una prova di forza nei confronti di Trump. Secondo la Corea del Sud quelle del «dittatore bambino» sarebbero le prove generali per un blitz anti-Giappone e Stati Uniti.

Il vettore è stato lanciato ieri alle 16.59 di Seul da una località vicino a Pukchang, nella provincia di South Pyeongan, la medesima da dove era partito il missile balistico Hwasong-12 la scorsa settimana. Questa volta il vettore ha percorso una traiettoria di 500 chilometri prima di inabissarsi nel mar del Giappone. A Pukchang esiste una base aerea il cui arsenale è costituito da 53 Mig di fabbricazione russa che in più di un'occasione hanno invaso lo spazio aereo della Corea del Sud. Il 16 marzo c'è mancato poco che sui cieli di Hwacheon due Mig venissero intercettati e colpiti da una pattuglia di F-16 Block in dotazione alla Corea del Sud.

Il clima è davvero torrido e le indicazioni fornite dal Giappone evidenziano quanto negli ultimi due anni l'arsenale bellico di Kim Jong-un sia cresciuto in maniera sensibile. Tokyo rivela dell'esistenza di 180mila soldati appartenenti alle Forze Speciali che avrebbero avuto l'incarico, nel caso di scenari estremi, di invadere la Corea del Sud. Pyongyang addestra i suoi uomini in Uganda e Angola e commercia tecnologia soprattutto con Siria, Iran ed Eritrea. La tecnologia riguarda in particolar modo la fabbricazione di missili Musudan e Taepo Dong, che con una gittata di oltre 3mila km possono colpire Alaska, Hawaii e alcune zone costiere degli Usa. Su questi missili è possibile montare testate nucleari, delle quali Pyongyang sarebbe in possesso. Il modello di vettore «Taepo», quello lanciato ieri, viene venduto dalla Corea del Nord allo Yemen. A questo punto tutto torna, perché le difese dell'Arabia Saudita hanno intercettato e abbattuto venerdì un «Taepo» lanciato dai ribelli yemeniti Houthi, sciiti e sostenuti dall'Iran. Episodio avvenuto a poche ore dell'arrivo a Riad del presidente americano Donald Trump, per la sua prima missione all'estero. Il presidente della Corea del Sud Moon Jae-in ha convocato una seduta urgente del Consiglio sulla sicurezza nazionale, ribadendo «una certa preoccupazione», ma anche «la volontà di proseguire nella strada della diplomazia. Il dialogo non può mai essere paragonato allo scontro, e alla fine deve prevalere».

Per tutta risposta l'agenzia nordcoreana Kcna ha dichiarato che è «fuoriluogo parlare di dialogo e di distensione finché Seul rimarrà al servizio di forze straniere che lavorano per dividere la Penisola coreana e invadere Pyongyang». Seul controbatte mettendo sul tavolo un dato inconfutabile, quello dell'immigrazione: se fino al 2016 circa un migliaio di nordcoreani abbandonavano ogni anno il regime di Kim Jong-un per fuggire al Sud, nei primi quattro mesi del 2017 sarebbero già oltre 2.500 le persone che hanno attraversato il confine. Un tempo il ventre molle era nella zona demilitarizzata tra le due Coree, dove i soldati dei posti di guardia riuscivano a sfuggire alla sorveglianza dei superiori. Oggi quasi tutti i nordcoreani che tentano di scappare lo fanno attraverso il lungo confine che divide i due Paesi, impossibile da controllare con efficacia. Una parte di fuggitivi tenta un lungo e rischioso viaggio attraverso la Cina, per raggiungere la Thailandia e consegnarsi all'ambasciata di Seul a Bangkok. Ogni stratagemma torna utile pur di allontanarsi dal Paese fanalino di corda per il rispetto dei diritti umani e delle libertà personali.