L'arma intercettazioni torna in mano alle toghe

Nella riforma del governo sparisce l'udienza filtro. Sarà il pm a selezionare le registrazioni

Dalla delega al governo in materia di riforma del processo penale «l'udienza filtro» è sparita. «Scansione processuale per selezionare il materiale intercettativo» è la formula che ne ha preso il posto nel testo approvato alla Camera. E siccome le parole contano, scavando si scopre che la volontà del governo di garantirsi un margine maggiore di flessibilità, evitando l'automatismo dell'udienza, nasconderebbe una questione di sostanza. «Vogliono eliminare il contraddittorio in una fase cruciale per l'indagato. Come se la presenza dell'avvocato fosse un inutile simulacro», commenta il presidente dell'Unione delle Camere penali Beniamino Migliucci che ha appreso della novità legislativa dalla viva voce del viceministro della Giustizia Enrico Costa, in quota Ncd.

L'emendamento approvato ieri alla Camera (è atteso per stamane il voto definitivo) non prevede espressamente «un'udienza» e lascia presagire l'ipotesi che nel momento cruciale di selezione del materiale intercettativo - quali contenuti sono penalmente rilevanti, quali vanno stralciati - il dominus assoluto sarà il magistrato della pubblica accusa. Non a caso l'Anm tace, gli avvocati protestano. «L'imputato - prosegue Migliucci - ha il diritto di conoscere quali siano tutte le intercettazioni esistenti, un ascolto può contraddirne un altro. Si dice che si vorrebbe garantire così la segretezza delle conversazioni captate sottraendole alla conoscenza della difesa. È semplicemente ridicolo». In effetti, basta scorrere la cronaca giudiziaria recente per rendersi conto che nella maggior parte dei casi le conversazioni diffuse sui quotidiani sono lesive dell'immagine e della reputazione dell'imputato. Si può forse immaginare che si tratti di una «strategia difensiva»? «L'80% delle intercettazioni sui giornali proviene dal circuito investigativo che include magistrati, polizia giudiziaria e cancellieri», chiosa Migliucci.

Pensate all'inchiesta Mafia Capitale: sono stati forse i legali di Carminati&Buzzi a diffondere intercettazioni coperte da segreto e intrise di folklore romanesco? Il problema però è a monte. Riguarda il «che cosa» siano oggi le intercettazioni nel sistema Italia (tre volte più che in Francia, cinque più che in Germania). Da mezzo di ricerca della prova sono diventate prova regina. E poi ci sono le norme a tutela della segretezza: esistono già ma non sono rispettate. Il ministro Andrea Orlando annuncia una commissione ad hoc composta da «personalità autorevoli». Dalle colonne del Foglio Giuseppe di Federico, professore emerito di Ordinamento giudiziario a Bologna e autorevole voce critica nei confronti del Csm, nota che le due commissioni già nominate dal ministro risultano composte rispettivamente da 12 magistrati o ex magistrati su 17 componenti, e da 11 magistrati o ex magistrati su 15. Ci affidiamo alle toghe per riformare la giustizia? Forse in un Paese in cui già «governano» negli uffici dei ministeri e persino in seno alle Camere elettive, la scelta di Orlando è da intendersi come segnale di «trasparenza». Magistratocrazia, ci siamo arresi.