L'addio al veleno di Cottarelli «Questi non sono i miei tagli»

Il commissario alla spending review lascia con una stoccata al governo che non l'ha ascoltato: «Troppi ottomila Comuni»

A ll'audizione presso la commissione di Vigilanza sull'anagrafe tributaria ieri s'è presentato con un trolley in mano, quasi a voler simboleggiare il suo destino di prossimo partente. Perché forse Carlo Cottarelli sarebbe rimasto volentieri a occuparsi di spending review (e non solo per lo stipendio di 250mila euro annui), ma il premier Matteo Renzi lo ha messo alla porta rispedendolo a Washington, lì da dov'era venuto, al Fondo monetario internazionale.

«Non vado via, resto fino al 31 ottobre e comunque sono soddisfatto del lavoro», ha detto. Frasi di circostanza. Interpellato da deputati e senatori, infatti, ha sibilato alcune sentenze che suonano come una bocciatura delle scelte del governo. «Ottomila Comuni sono troppi, bisognerebbe pensare a una riduzione che renda più facile il coordinamento», ha sottolineato rimarcando la necessità di prevedere «un meccanismo premiale per i Comuni che si mettono assieme». Il tema della riduzione delle amministrazioni locali è stato trattato nelle fasi iniziali della spending review con Palazzo Chigi, «ma poi non si è più tornati sull'argomento», ha aggiunto. Una stoccata al premier che molto spesso rivendica il suo passato da sindaco come palestra per la lotta agli sprechi. E ricordare che i Comuni sono troppi non è sicuramente casuale nel momento in cui la legge di Stabilità accantona la riduzione delle municipalizzate.

Con eleganza Cottarelli ha inoltre ribadito che i tagli di spesa che saranno inseriti nella legge di Stabilità non sono figli di valutazioni tecniche, ma estemporanei. Se il disegno fosse stato organico, si sarebbero toccate quelle voci di spesa come i piccoli Comuni che, allo stato attuale, non hanno più ragion d'essere. Ma, come disse Renzi, la spending è «politica» e così non se n'è fatto nulla.

Analogamente, anche il capitolo dei fabbisogni standard (cioè la rimodulazione degli acquisti di beni e servizi su criteri di economicità e di dimensione di ciascuna amministrazione) lascia un po' a desiderare. «Penso che già nel 2015 sarà possibile usare i fabbisogni standard per la ripartizione di almeno una parte del fondo di solidarietà dei Comuni e credo che la legge di Stabilità dirà qualcosa in questo senso».

Cos'altro avrebbe potuto dire di più Cottarelli per far capire che la manovra non è impostata su una revisione organica della spesa, ma su criteri estemporanei? Ad esempio, il taglio da 4 miliardi ipotizzato sugli acquisti di ministeri, Regioni e Comuni non appare, al momento, coordinato con l'utilizzo di Consip come unica centrale acquisti dello Stato. Proprio il commissario uscente aveva voluto inviare duecento lettere di messa in mora agli enti che compravano senza badare a spese.

Cottarelli è stato puntuale, come al solito, nell'elencare i «bachi» del sistema operativo della pubblica amministrazione. «Bisogna evitare di pensare che tutte le spese siano buone», ha rilevato ricordando che anche «sulle spese per Information & Communication Technology (Ict) c'è incertezza: per la Ragioneria sono pari a 3 miliardi, secondo altre stime arrivano intorno ai 5,5 miliardi».

Il suo lavoro l'aveva portato a termine, anche se il pubblico ricorderà Cottarelli per l'impegno nella riduzione delle auto blu o per la proposta di spegnere l'illuminazione pubblica inutile nelle città. La sintesi l'ha fatta il capogruppo di Fi alla Camera, Renato Brunetta: «Il governo non ha la forza di approvare queste misure e pertanto scatteranno gli aumenti delle imposte indirette». Il lascito di Cottarelli, purtroppo, è questo.