L'allarme di Draghi: l'Europa rischia lo choc

Il monito del governatore Bce: «Ancora vulnerabili, servono azioni decisive». Lo spread risale a 130 punti. Visco (Bankitalia) avvisa: «Senza le mosse di Francoforte saremmo in recessione fino al 2017»

N on è il momento «di riposare sugli allori», sposando la falsa convinzione del potere salvifico della Bce; né si deve indulgere in politiche dilatorie, procrastinando ciò che invece va fatto; men che meno va lasciato incompiuto il disegno dell'unione monetaria. Viviamo tempi pericolosi, in cui prospettive economiche incerte e spinte deflazionistiche da fronteggiare rendono l'Europa «vulnerabile a nuovi choc». E la fragilità dei mercati finanziari ce lo ricorda spesso, così come avvenuto ieri con l'arrampicata dello spread tra Btp e Bund fino a 130 punti (massimo dalla fine di febbraio) e le Borse tutte in ribasso, in particolare Milano (-2,45%).

È un invito a fare in fretta, quello che Mario Draghi, nella prefazione al rapporto annuale dell'Eurotower, rivolge ai governi. Chiamati ad adottare «azioni decisive» anche per scongiurare il rischio che l'intollerabile livello della disoccupazione giovanile porti dritto a «una generazione perduta». Se da una parte l'incapacità politica di decidere ha trovato nuove conferme nei traccheggiamenti che stanno ingessando una pietra miliare come il sistema unico di garanzia dei depositi bancari e nel rinvio al 2017 del completamento dell'unione monetaria, dall'altra parte l'Eurotower si è attirata le critiche per eccesso di attivismo. Accuse respinte da Draghi, pronto a difendere ancora una volta tutte le misure prese e convinto che, se sarà necessario, si potrà tagliare ulteriormente i tassi, in particolare quelli sui depositi presso la banca centrale. La Bce «non si piega a un livello di inflazione eccessivamente basso», ha ribadito.

Del resto, l'ombrello del piano di acquisto titoli, recentemente ampliato nella versione 2.0 del quantitative easing, ci ha messo al riparo dai guai: una Bce immobile avrebbe portato a un'inflazione «negativa nel 2015 e inferiore di oltre mezzo punto percentuale nel 2016 e di circa mezzo punto percentuale nel 2017». E se i risultati si sono visti dalla metà del 2014 con i tassi sui prestiti bancari diminuiti di circa 80 punti base, con un effetto di trasmissione equivalente, in circostanze normali, a una riduzione una tantum dei tassi di 100 punti base, la politica monetaria espansiva è stata e sarà una boccata di ossigeno per l'economia: «Determinerà - ha spiegato Draghi - un aumento del Pil dell'area dell'euro di circa 1,5 punti percentuali nel periodo 2015-2018». Ben lo sa il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, cosa abbia significato per il nostro Paese l'azione espansiva dell'istituto di Francoforte. E lo dice chiaro e tondo: se la Bce si fosse girata dall'altra parte, «la recessione italiana sarebbe finita solo nel 2017, e l'inflazione sarebbe rimasta negativa per l'intero periodo di tre anni».

Draghi ci ha dato insomma una bella mano, ma adesso vuole passare all'incasso. L'Italia è infatti sollecitata ad ottemperare alle richieste di misure aggiuntive chieste dalla Commissione europea, pur avendo mostrato un ritmo di attuazione delle raccomandazioni «lievemente superiore a quello di Portogallo e Francia». Per la Bce occorre far correre gli interventi su due binari: sul versante delle uscite con revisioni della spesa che offrono uno strumento promettente per individuare le prestazioni da cui non deriva necessariamente un aumento del benessere; sul fronte delle entrate occorre invece rendere il sistema fiscale più favorevole alla crescita. Come? Tagliando le tasse sul lavoro, in modo da rilanciare anche l'occupazione. A causa dei vincoli di bilancio, una missione tutt'altro che facile.