L'amico di Andreotti che ha provato a conquistare il Nord

La storia di Cesare, fino all'epilogo Generali. E l'incontro con l'enfant prodige Matteo

Banchiere simbolo delle relazioni e dei salotti che hanno tenuto in equilibrio la grande finanza italiana per mezzo secolo ma che ora tutti, in Piazza Affari, dicono di voler rottamare, Cesare Geronzi sembra avere il proprio carattere inciso fin in uno degli anagrammi del proprio nome: «(e) Signore e czar».

Nato a Marino, tra i Castelli romani, nel febbraio del 1935 ed entrato giovanissimo (vincendo un concorso) nella Bankitalia di Guido Carli, Geronzi mostra da subito sia grande fiuto nel tenere a bada il cambio della lira, sia capacità di relazione: tra le sue amicizie eccellenti spicca quella di Giulio Andreotti, uno degli uomini più influenti della Prima Repubblica. L'ascesa del capace banchiere capitolino sarà fulminea: dopo una parentesi al Banco Napoli, Geronzi prende le redini della Cassa di Risparmio di Roma (istituto ritenuto vicino alla nobiltà papalina e alla Dc romana) che poi fonderà con il vecchio Banco di Roma (una delle tre «Bin» dell'Iri, insieme con Comit e Credit). L'operazione toglie le castagne dal fuoco al presidente Iri Romano Prodi e segna l'avvio della Banca di Roma, dove entreranno poi anche Banco di Sicilia e Bipop-Carire, per poi dar vita a Capitalia. Geronzi, grazie ai rapporti intessuti nel ventennio trascorso a Palazzo Koch, è ormai uno dei «generali» su cui conta l'allora governatore di Bankitalia Antonio Fazio per impedire agli stranieri di conquistare il credito nazionale e per sistemare le banche decotte.

Siamo nell'ottobre 2001 quando i destini di Geronzi si intrecciano con quelli di Matteo Arpe, allora 35enne. Per l' enfant prodige , che dopo essere uscito dalla Mediobanca di Vincenzo Maranghi lavora in Lehman Brother, è l'occasione del riscatto: Arpe arriva come dg della nuova Capitalia. E il sodalizio con Geronzi funziona: Arpe, che padroneggia gli alambicchi della finanza, risana Capitalia e ne diventa ad. Ma due forti personalità sono troppe e il meccanismo si inceppa nel 2007, quando era già venuto meno il rapporto di fiducia. Troppo diversi: tanto Geronzi ha amicizie bipartisan nei palazzi romani ed è «banchiere di sistema», tanto il brianzolo amante della matematica Arpe si era chiamato fuori dai salotti con una scelta di cui ancora oggi paga il fio. Capitalia ha voce in quasi tutte le grandi partite finanziarie e legami, a vario titolo, con i maggiori gruppi industriali del Paese, compresi la Parmalat di Calisto Tanzi e la Cirio di Sergio Cragnotti poi fallite portando i loro vertici in galera.

Consegnata Capitalia all'Unicredit di Alessandro Profumo, Geronzi conquista la presidenza di Mediobanca e insieme alla Intesa di Giovanni Bazoli garantisce equilibri delicatissimi come quelli di Telecom e del Corriere della Sera . Sarà infine la stessa Piazzetta Cuccia, dove i rapporti con l'ad Alberto Nagel sono tesi, a proiettarlo nel 2010 al vertice delle Generali. Il suo animo, tuttavia, male si adatta all'approccio mitteleuropeo di Trieste, che Geronzi lascia nel 2011 per non essere disarcionato dai grandi soci. Il «ragioniere di Marino», come lo chiamano i detrattori, non è insomma mai davvero riuscito a varcare il Rubicone, pur in senso inverso rispetto a Cesare Augusto, e imporsi sulla grande finanza del Nord che fu di Enrico Cuccia.