l'appunto

Doveva essere un giorno propizio, perché proprio ieri Renzi ha superato in durata il suo predecessore a Palazzo Chigi: 293 giorni da premier contro i 292 a cui è stato costretto a fermarsi Letta. Per il segretario del Pd, che a certi dettagli è sensibile, sicuramente un motivo di soddisfazione. Eppure, proprio nel giorno del «sorpasso», continuano ad aprirsi fronti, con il presidente del Consiglio costretto a tappare falle una dopo l'altra.

E ieri c'è stato un momento in cui l'acqua sembrava entrare un po' da tutte le parti. In mattinata sulle barricate c'era il sindacato, di nuovo in piazza per lo sciopero generale tra scontri e qualche carica. Con la Cgil che non ha fatto sconti a Renzi nonostante l'apertura di giovedì. D'altra parte, se il leader del Pd ha deciso di abbassare i toni è solo per una ragione tattica: coprirsi sul fronte sociale per essere libero di poter affondare colpi sulla minoranza Pd. Ed è questo il secondo fronte - tutto interno - con cui è alle prese Renzi, che proprio domani andrà alla conta con la fronda in un'assemblea di partito che rischia di trasformarsi in un mini-congresso. Una resa dei conti il cui obiettivo non è solo quello di superare l' impasse sulle riforme (ieri la minoranza Pd ha bloccato i lavori della commissione Affari costituzionali della Camera), ma pure quello di fare le prove generali per il Quirinale. Renzi, infatti, ha bisogno di sapere se potrà contare su tutto il partito quando il Parlamento voterà il successore di Napolitano. Si arriva così al terzo fronte, quello del Colle. E non solo nel senso del futuro capo dello Stato. Con Napolitano, infatti, sembra esserci qualche frizione e proprio ieri è arrivata la terza esternazione in tre giorni - una media alla Cossiga - per dire che «le esasperazioni non fanno bene al Paese», bacchettando sì il sindacato ma pure l'atteggiamento da muro contro muro tenuto da Renzi fino a giovedì. Quarto e ultimo fronte, il più pesante di tutti, quello di Bruxelles. Con Juncker che ieri ha volutamente scelto di usare toni molto bruschi. «Non ho denaro fresco», ci ha mandato a dire il presidente della Commissione Ue.

Insomma, per Renzi è quasi un accerchiamento. Con il suo giorno numero 293 che segna forse il suo momento di maggiore debolezza.