l'appunto

D opo la Stabilità la scorsa settimana e il Jobs Act per tutta la giornata di ieri, è probabile che sarà il Quirinale il prossimo terreno di scontro dentro il Pd. La sensazione, infatti, è che l'appello di Bersani - che qualche giorno fa faceva presente al premier che «il Paese non si può guidare da soli» - sia caduto nel vuoto. E che Renzi non abbia né la voglia né la pazienza di aprire un confronto con la minoranza interna.

Non si spiegherebbe altrimenti l'ennesimo braccio di ferro tra il premier e chi nel Pd lo accusa di aver «tradito» il compromesso sul Jobs Act sancito in direzione lo scorso 29 settembre. Sul decreto attuativo che oggi andrà in Consiglio dei ministri, infatti, la tensione ieri è stata piuttosto alta, con molti esponenti dem - su tutti, il presidente della commissione Lavoro Damiano - per nulla convinti da un Renzi che spinge per una riforma più radicale e che dia alle aziende maggiore autonomia nei licenziamenti.

Il leader del Pd, insomma, non sembra preoccuparsi degli eventuali strascichi che l'ennesima tensione interna potrebbe portarsi dietro. Il segno, forse, che l'ombrello del patto del Nazareno è destinato a «coprire» anche la partita del Quirinale. E che Renzi dà per scontato che dei circa 460 grandi elettori su cui può contare almeno un'ottantina sono comunque destinati a perdersi per strada e ripetere lo schema degli ormai celebri 101 che impallinarono Prodi. La partita del Colle, dunque, potrebbe diventare il prossimo terreno di scontro dentro il Pd e, forse, è proprio per disinnescarla in anticipo che il premier sembra guardare da una parte a Berlusconi e dall'altra a un pezzo di diaspora grillina. Quasi che Renzi considerasse più «affidabile» il leader di Forza Italia che una minoranza interna nella quale serpeggia un risentimento mai davvero sopito.

Un premier, dunque, sempre di più «uomo solo al comando». Lo è stato sulla legge di Stabilità, commissariando prima Padoan e poi il Parlamento, e si è ripetuto ieri estromettendo il ministro Poletti dal dossier Jobs Act che è stato gestito in via esclusiva a Palazzo Chigi. Un atteggiamento piuttosto irruente e di cui ieri ha fatto le spese - per la seconda volta dopo il caso della precettazione revocata - anche il ministro Lupi, ripreso per aver definito «atto terroristico» il sabotaggio dell'alta velocità.