"Lasciateci incontrare chi ha avuto gli organi dai nostri familiari"

Il suo Nicholas ha dato la vita a sette persone. E il papà scrive: solo in Italia la bontà è reato

Un piccolo Nicholas che non c'è più; e un altro Nicholas che è nel fiore degli anni, e sulla sua pagina Facebook sorride felice davanti alla caserma di Taranto della Marina Militare, appena ammesso alla scuola per volontari. A congiungerli, una storia terribile e di speranza, di ferocia e di bontà. Se il primo Nicholas non fosse morto, il Nicholas di oggi non sarebbe mai nato. E non starebbe varcando oggi il suo sogno da soldato «su quel mare - dice - che ho sempre amato».

Il primo si chiamava Nicholas Green, era americano, aveva sette anni, ed era in vacanza in Italia con la sua famiglia il 29 settembre 1994, quando sull'autostrada per Reggio Calabria dei banditi spararono sulla auto guidata da suo padre. Morì dopo tre giorni di agonia, all'ospedale di Messina. Il padre, Roger, donò tutti i suoi organi. I destinatari di quel regalo non ebbero vita facile. Andrea Mongiardo, che ebbe il cuore di Nicholas, è morto un anno fa. Anna Maria Di Ceglie, che ne ricevette un rene, è tornata in dialisi da pochi mesi. Invece il fegato di Nicholas Green andò a Maria Pia, una ragazza di Sant'Agata di Militello che era quasi in fin di vita. Oggi quella ragazza è una donna sana e felice, madre di due figli. Il più grande è il Nicholas che si prepara a servire la Patria a bordo di una nave. Si chiama Nicholas Gentile.

Oggi raccontare questa storia non sarebbe possibile: perché in nome dell'onnipotente privacy, una legge impedisce a chi riceve e a chi dona di potersi mai conoscere; proibisce a chi sopravvive di sapere il nome dell'essere umano che il caso ha legato a lui per sempre. Ne sa qualcosa Mario Bartoli, il livornese che nel 1998 perse un figlio di 17 anni, e che ha invano chiesto allo Stato di poter dare un nome al petto in cui da allora batte il cuore del suo Christian: si è visto rispondere sempre di no, in nome della legge; e in questi giorni ha dovuto tappezzare l'Italia e il web di messaggi accorati, «dove sei magico battito?», sperando che il destinatario si riconoscesse. La verità è arrivata: una verità dolorosa, perché anche l'uomo che ha ricevuto il cuore di Christian è morto poco tempo fa.

Il padre di Nicholas Green ha letto degli annunci di Mario Bartoli. Si è ritrovato negli stessi spasmi dell'anima, nelle stesse necessità. Ha voluto scrivere ai giornali per raccontare di quanto sia stato di conforto ai suoi anni poter seguire i percorsi di chi aveva ricevuto gli organi di cui, nelle ore terribili nell'ospedale dove il suo bambino si spegneva, autorizzò l'espianto. E ha raccontato dell'ultima mail ricevuta da Maria Pia Gentile: «Grazie, infinitamente grazie. Ricorda di quando le parlai di Nicholas e del concorso in Marina Militare... bene, il suo sogno si è avverato».

Oggi, non sarebbe possibile: «Abbiamo conosciuto Maria Pia e gli altri sei riceventi degli organi - scrive Roger Green - perché il nostro Nicholas venne ucciso prima della legge del 1999 che vieta al personale sanitario di divulgare le informazioni sulle parti coinvolte in un trapianto. Da allora le famiglie dei donatori e i loro riceventi in Italia non hanno la possibilità di incontrarsi, salvo che a seguito delle circostanze più insolite. Il signor Bartoli è diventato così disperato che ha agito da solo. Qualsiasi opinione si abbia riguardo alla saggezza di tale situazione, essa è straziante per tutti».

Il papà del piccolo Nicholas ricorda come in America i contatti tra chi riceve e chi ha donato siano possibili, all'interno di procedure rigide e controllate: prima in forma reciprocamente anonima, poi incontrandosi alla presenza dei medici. E offre una riflessione sulla profondità di sentimenti che questi incontri mettono in moto: «Vedere con i nostri occhi come persone che erano vicine alla morte hanno già avuto altri ventitrè anni di vita è il miglior tonico che potessimo avere. Anche i riceventi sono rasserenati vedendo che non ce l'abbiamo con loro perché sono vivi solo grazie alla morte di Nicholas». Ma oggi, in Italia, sarebbe reato.

Commenti

Arduino2009

Mar, 13/02/2018 - 10:05

Anche io vorrei conoscere chi mi ha donato il suo fegato, ma non è possibile, siamo in Italia.......

GioZ

Mar, 13/02/2018 - 10:09

Non sono d'accordo. Conoscere il ricevitore degli organi di un tuo caro alimenta solo l'illusione che la sua vita continui nel corpo di un altra persona, ma non è così. I parenti devono darsi pace, non dovrebbero nemmeno sapere se gli organi sono stati utilizzati o meno. Inoltre, la gratitudine di colui che ha ricevuto l'organo, dapprima sentita in via astratta verso il gesto di uno sconosciuto, diventa imbarazzo e colpa se conosci i genitori di chi ti ha donato il cuore, il rene, le cornee. Per non parlare del fatto che alcune famiglie potrebbero lucrare approfittando della gratitudine della famiglia del ricevente. "...non ce l'abbiamo con loro perché sono vivi solo grazie alla morte di Nicholas": non durerà.

Ritratto di johnsmith

johnsmith

Mar, 13/02/2018 - 10:42

Ho avuto il trapianto del cuore nel 1996. Anche qui in Australia è reato la divulgazione del donatore, ed altrettanto del ricevente. Ecco cosa ho scritto al riguardo due settimane fa: Carissimo Sig Mario Bartoli il cuore di suo figlio non è quello che lei sta cercando, perché quel cuore e ancora li con lei. Ed inoltre suo figlio vive non in funzione dell'organo trapiantato nel corpo del ricevente, ma vive con lui esattamente con la stessa intensità che ha con lei. Gioisca di questa sublime fortuna, che grazie alla donazione degli organi fa si che suo figlio continua a vivere nella dimensione che le ho descritto. Eviti di continuare una ricerca che alla fine non ha senso, ed oltretutto la mette in una condizione di non poter gioire a pieno della sublimazione dell'atto. Mi creda penso che questa sia anche la volontà del suo amato figlio.

Ritratto di 98NARE

98NARE

Mar, 13/02/2018 - 11:59

GioZ, ecco il motivo ben chiarito , sottoscrivo tutto in pieno.