L'assurda distinzione sui servizi «essenziali»

di Il decreto sullo sciopero dei musei che il governo ha fatto perpetua la assurda distinzione fra pubblici servizi essenziali e non, che è fumosa e ambigua, compreso il termine «musei e luoghi di cultura» usato nella nuova norma che non si capisce cosa voglia dire. La corrente del Pd sedicente liberale non riesce a togliersi il Dna dirigista e paternalista e tiene il piede in due scarpe.

Non sta al governo stabilire quale «servizio pubblico» sia «essenziale» per il singolo cittadino. Per certi utenti sono essenziali i tram e per altri i distributori di benzina, perché usano l'auto per andare e tornare dal lavoro. A molti utenti a volte serve il tram, a volte l'auto. Ciò che è realmente «essenziale» è libertà di scelta che spetta all'individuo quando è cittadino e non suddito.

Nella società in cui viviamo ci sono servizi di interesse generale, detti anche di pubblica utilità di cui non si può fare a meno, nella vita quotidiana. Essi vengono regolamentati, come servizi pubblici, dallo Stato e dalle Regioni e dagli enti locali, in deroga ai principi del libero mercato di concorrenza, per far sì che siano disponibili alla generalità delle persone. Generalmente si distinguono in servizi dotati di rilevanza economica (l'elettricità, il telefono, l'acqua, la distribuzione di carburanti, le autostrade, i treni, i metrò, i tram, i servizi aerei e aeroportuali, i porti, i traghetti e simili, i taxi, le farmacie, i notai eccetera) e servizi privi di rilevanza economica (le strade pubbliche, gli ospedali, le scuole, i tribunali, i vigili urbani, la polizia, i musei, la pulizia e l'illuminazione pubblica, la raccolta dei rifiuti, i ricoveri per gli anziani e per i senza tetto eccetera). Quale sia la lista di questi servizi pubblici dipende dalle epoche.

Una volta i bagni pubblici facevano parte dei servizi pubblici locali, ora non più perché si suppone che tutte le abitazioni abbiano il bagno o la doccia. Nel diritto vigente la lista dei servizi pubblici deriva dalle norme europee e italiane di attuazione dell'articolo 81 e seguenti del Trattato della Comunità europea. I lavoratori di questi servizi di interesse generale ovvero di pubblica utilità, di cui non si può far a meno, quando scioperano hanno un particolare potere di infliggere danni alla comunità. Mentre lo sciopero dei tessili o delle aziende di auto danneggia i proprietari delle imprese in questione, lo sciopero degli addetti dei servizi pubblici danneggia il pubblico, che non è il loro datore di lavoro. Questo sciopero, dunque, colpisce chi non c'entra. E quando si tratta di servizi pubblici statali o locali il cittadino è danneggiato anche come contribuente che paga il costo del disservizio.

È ovvio che lo sciopero nei servizi pubblici debba essere regolamentato, nell'interesse stesso della classe lavoratrice nel suo complesso. Il fascismo in Italia andò al potere soprattutto perché si era estesa la prassi dello sciopero nei servizi pubblici. I lavoratori che vi avevano aderito ebbero di che pentirsene. Ma queste osservazioni non vengono a mente a Renzi e ai suoi collaboratori che sono digiuni di visione storica e di ideali ed ambiscono al potere tecnocratico in nome di un nuovismo che sa di vecchio.

Commenti
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liberopensiero77

Dom, 20/09/2015 - 12:18

Interessante disamina la Sua, Forte, però tende a denigrare l’azione del Governo. Manca di dire che già la Costituzione parla di servizi pubblici essenziali (art. 43) come servizi di preminente interesse generale sui quali lo Stato esercita una riserva di legge, e anche la gestione diretta e indiretta dei servizi. Detti servizi godono di particolare regolamentazione a riguardo del diritto di sciopero (legge n. 146 del 1990), il quale viene "compresso" in ragione del fatto che detti servizi sono considerati "quelli volti a garantire il godimento dei diritti della persona, costituzionalmente tutelati, alla vita, alla salute, alla libertà ed alla sicurezza, alla libertà di circolazione, all'assistenza e previdenza sociale, all'istruzione ed alla libertà di comunicazione". Detta definizione può essere ampliata, in ragione della riserva di legge, e bene fa il governo ad includerci ora la fruizione dei beni culturali, considerata vitale per il Paese.