L'atroce enigma di Veronica in un cuore di fiori bianchi

Chiusa in cella, per le esequie del figlio ha mandato un candido cuscino di petali A guardarlo ci si chiede: chi è davvero questa donna? Una belva o una vittima?

Fissare l'attenzione su quel cuore di fiori bianchi, volutamente bianchi come il candore dei bambini e come l'amore materno, significa inabissarsi e perdersi nel buco nero dell'intera storia. Mamma Veronica non è venuta al funerale del suo piccolo Loris: spiega l'avvocato che ce l'avrebbero portata in manette, davanti a un intero paese ormai schierato contro di lei, un'avventura effettivamente al di sopra di qualunque forza morale. Non è venuta per paura e per senso di opportunità, ma ha mandato quel cuore di fiori immacolati. Vuole esserci, a suo modo c'è. Con quei fiori dice anche qui, davanti a Dio e davanti alla bara bianca della sua creatura, quanto va dicendo dal primo momento, contro ogni indizio e contro ogni contraddizione, sì, ripete ancora una volta che lei è solo una vittima di questa tragedia, che mai e poi mai avrebbe fatto del male al suo cucciolo, che mai e poi mai lo lascerebbe solo proprio adesso, dentro la chiesa, dentro quella bara giocattolo, dentro il buio e il silenzio della morte.

Bisogna guardarlo, quel cuscino di fiori bianchi. Scuote le coscienze e destabilizza le nostre convinzioni, ma comunque bisogna guardarlo e lasciarsi ancora una volta investire dalla domanda più violenta: allora, che razza di madre è Veronica Panarello? È una diabolica attrice che prima ammazza nel modo più crudele il suo bambino e poi recita la parte dell'innocente, fino al gesto estremo e vigliacco di mandare al funerale anche un commovente cuore di fiori? Oppure è una semplice ragazza schizofrenica, sdoppiata in due mamme, una assassina e sanguinaria, capace di strangolare Loris con una fascetta e poi buttarlo via come un rifiuto, nella desolazione squallida di un canale, l'altra invece mamma pietosa e affranta, inebetita e impietrita, chiusa dentro un carcere senza spiegarsi il perché, vi scongiuro, dovete credermi, non c'entro niente, lasciatemi almeno mandare un cuscino di fiori al funerale del mio piccolo martire? Oppure ancora è la madre di tutte le vittime, finita mostruosamente in un gioco di coincidenze feroci, tanto da apparire la peggiore carnefice del mondo, costretta a pagare pene e castighi indicibili, quando invece è solo una madonna addolorata, colpita nel suo amore più intimo e più profondo da un imprendibile assassino?

È il cuscino di fiori bianchi a forma di cuore, il centro misterioso di questo pomeriggio insostenibile. Tutto il resto è toccante cornice: i duemila compaesani assiepati in chiesa e fuori, dietro le transenne, la sfilata dei compagni di scuola con i palloncini bianchi e la foto di Loris, il papà Davide che porta la bara, questo papà-bambino però così uomo e così dignitoso, fermamente deciso a costituirsi parte civile contro l'assassino, chiunque esso sia, fosse pure l'amata Veronica, e poi le autorità, i fiori, i peluche, le lacrime, sopra tutto le parole ferme e trepide del vescovo Paolo Urso: «Come si può uccidere un bambino? Solo un folle, un pericoloso folle, può compiere un simile gesto. Un folle che deve essere fermato».

Quando le esequie sono terminate e il piccolo angelo è affidato alla beatitudine celeste, le spoglie mortali si avviano al cimitero galleggiando sull'oceano del dolore umano, in un fragore di campane e di applausi, mentre i palloncini s'innalzano finalmente nell'azzurro terso, liberi come le anime innocenti dei bambini. È in questo momento sublime, colmo all'inverosimile di malinconia, che il pensiero torna prepotentemente dalla cornice al centro della funerea rappresentazione, là dove pulsa quel cuore di fiori bianchi, diffondendo ovunque l'inquietudine dell'unica domanda irrisolta, la più terribile e la più difficile: che mamma è, davvero, Veronica? È la mamma belva chiusa in galera, o è una povera mamma dal cuore bianco?