L'atto d'accusa di Marine: "La vecchia politica è marcia"

La leader del Front National è isolata, ma va all'attacco del fronte repubblicano. E sullo sfidante: «È un debole»

La storia elettorale di Francia è un eterno ritorno. Il «fronte repubblicano» - l'unione dei repubblicani e dei socialisti contro i candidati del Front National in corsa al ballottaggio - si è formato domenica sera stessa dopo che il giornalista vedette Pierre Pujadas ha annunciato in diretta tv i risultati del primo turno. Sono bastati pochi minuti e sia Benoit Hamon che François Fillon hanno annunciato pubblicamente ai loro rispettivi elettorati la volontà di sostenere Emmanuel Macron per fermare l'avanzata di Marine Le Pen. Uno scenario simile anche accadde nel 2002 quando il padre Jean Marie sconfisse la gauche di Lionel Jospin trovandosi al ballottaggio con Jacques Chirac. In quell'occasione il blocco «UMPS» - così lo chiamano i suoi detrattori - funzionò alla perfezione tanto da far stravincere il neo-gollista con percentuali bulgare.

Questa volta le cose appaiono molto diverse rispetto a quindici anni fa. Insieme ai partiti tradizionali è anche saltata la dicotomia destra-sinistra tanto che Jean Luc Mélenchon (Parti de Gauche), leader della «Francia indomabile», non si è nemmeno unito al «fronte repubblicano». «Votate secondo coscienza» ha detto ai suoi elettori che nel paesaggio politico d'Oltralpe rappresentato il 19 per cento dei votanti. In Francia esiste infatti un fenomeno chiamato «degagisme», un sentimento diffuso anti-establishment, che potrebbe rovinare i piani di chi vuole fermare il voto «sovranista». L'ammucchiata contro Marine Le Pen è variegata: oltre agli sconfitti Hamon e Fillon e al presidente uscente François Hollande, ci sono i media, sindacati, i mercati e tramite il suo presidente Pierre Gattaz, anche c'è il Medef (la Confindustria francese). Tutti uniti per affossare la candidata auto-definitasi «del popolo» che vuole sconfiggere «le régne de l'argent-roi».

«Il vecchio fronte repubblicano che nessuno vuole più è marcio, mi viene quasi voglia di dire tanto meglio!», ha replicato Marine Le Pen da Rouvoy, una cittadina nel dipartimento di Passo di Calais, non lontana dalla roccaforte operaia di Henin Beaumont, dove la leader del Front National ha festeggiato domenica sera il risultato del primo turno in controtendenza con i suoi avversari che invece erano tutti a Parigi, sbeffeggiata come incarnazione vivente dei salotti mondani, cuore pulsante del potere massmediatico transalpino. La Le Pen - che ieri si è dimessa da presidente del Fn per diventare «solo la candidata per le elezioni presidenziali» - ha poi attaccato Emmanuel Macron definendolo «un debole».

Ora per la candidata sovranista inizia la vera sfida: riunire quelli che nel suo discorso ufficiale ha definito i «patrioti» che «credono nella sovranità della Francia». Numeri alla mano, in questo tutti contro uno, Marine Le Pen dovrà concentrare le sue forze sugli astenuti, su una buona parte dell'elettorato deluso dall'adesione di François Fillon al «fronte repubblicano», sui due milioni di votanti divisi tra Nicolas Dupont Aignan e François Asselineau e gli sconfitti della globalizzazione che hanno voluto dare una chance al candidato Jean Luc Mélenchon. Inoltre, a vedere dalla geografia elettorale la strategia tra primo e secondo turno dovrà raccogliere consensi laddove i sovranisti hanno fallito elettoralmente: le grandi metropoli di Francia. In quel 21% raccolto domenica c'è tutta quella Francia profonda, produttiva, periferica che ha sofferto le politiche d'immigrazione e la de-industrializzazione del Paese. Marine Le Pen fa il pieno di voti tra agricoltori, operai e dipendenti statali ma non riesce a conquistare la fiducia delle élite urbanizzate - in particolare quelle con un reddito superiore ai 3mila euro - che secondo uno studio sociologico avrebbero votato in massa per il leader di En Marche. Nulla è impossibile, tutto è improbabile.