L'Aula sempre più grigia del governo giallo-verde

Non c'è solo dilettantismo o improvvisazione nel più lungo blocco parlamentare della storia della Repubblica. Da 101 giorni i 945 eletti della diciottesima legislatura bighellonano in attesa di essere assegnati alle rispettive commissioni per avviare l'attività legislativa. Prima lo choc per il risultato elettorale indecifrabile, poi la telenovela della consultazioni fino ad arrivare al faticoso varo del governo giallo-verde subito alle prese con la bomba immigrazione. La crisi generale della politica passa anche da qui, dall'offuscamento del Parlamento. Problema datato da anni e non certo portato in dote dagli ultimi arrivati Conte, Di Maio e Salvini. Persino la sinistra, per tradizione parlamentarista e anti presidenzialista, due anni fa andò a schiantarsi con il referendum sulla rottamazione del Senato. Ma non si può negare una diversa percezione tra la frenesia operativa dell'esecutivo M5s-Lega e la relativa calma nella distribuzione dei posti di sottogoverno che finalmente definiranno i presidenti e i membri delle commissioni.

Il Carroccio ha giocato con studiata lentezza le sue carte nel risiko delle poltrone, ma non si può certo imputargli il timore di affrontare le aule di Camere e Senato. Sono campi di battaglia in cui gli ex padani si sono mossi con grande efficacia negli ultimi 25 anni, oscillando tra le sottili strategie ideate da Calderoli e le rissose dimostrazioni durante i governi a guida Pd.

Invece è tutto da vagliare l'impatto di un Movimento 5 Stelle di taglio governativo con l'arena del Parlamento. È bastato l'incerto debutto del premier Conte nei due dibattiti sulla fiducia per consegnare qualche arma in più all'opposizione. Si è visto come un presidente del Consiglio inesperto, mai eletto in un'istituzione, non abbia retto alla pressione finendo per incepparsi (lo show degli appunti smarriti) o scivolare in gaffe imbarazzanti (il «congiunto» di Mattarella). Non serve un grande sforzo per immaginare i question time che potrebbero trasformarsi in un calvario per ministri improvvisati o propensi agli strafalcioni indimenticabili (il rapporto condizionatori-Pil di Barbara Lezzi). È anche per questa ragione che il quartiere generale grillino ha imposto ai neo eletti di stare alla larga dei Palazzi fino all'avvio ufficiale dei lavori.

Più che altro si porrà la questione di un Parlamento che non sarà più l'espressione suprema della rappresentanza popolare. Salvini e Di Maio ci hanno abituato al «telelavoro», ai tweet e ai video in diretta Facebook a tutte le ore e da tutti i luoghi. Oltre alle decine di incontri (reali) per stringere mani nelle piazze italiane. Sarà sempre più grigia (speriamo non sorda) l'Aula della maggioranza giallo-verde. Un comizio varrà più di una seduta estenuante, una battuta folgorante più di un intervento accorato dallo scranno, un collegamento a Porta a Porta più di una mozione. Purché l'interpretazione del nuovo regime mediatico valga solo per i grandi leader che sanno tenere il contatto diretto con gli italiani con bagni di folla e messaggi molto efficaci. Gli altri 940 parlamentari o giù di li potranno benissimo dedicarsi al compito per cui sono retribuiti: partecipare ai lavori e fare buoni leggi. Affari loro se il Parlamento è diventato una polverosa succursale dei talk show mediatici.