Da laureando al successo «Ragazzi, bisogna crederci E poi sapere aspettare»

È uno dei talenti scoperti nel Salone dedicato ai giovani nel 2004. Ora è un famoso designer

Marta Bravi

Francesco Librizzi, 40 anni, siciliano di nascita, milanese di adozione, è uno dei giovani talenti scoperti da Marva Griffin nel 2004, ora architetto e designer affermato. Ci racconta la sua prima volta al Salone?

«Era il 2004 e partecipai alla selezione Satellite con il prototipo della tesi di laurea: la lampada Fujiko per Luceplan».

Cosa accadde?

«L'esperienza al Satellite è stata brillante: mi nota Beppe Finessi che scrive un articolo parlando dei 20 nuovi designer sconosciuti che scavalcano i padri ricongiungendosi ai nonni. Io in realtà sono architetto (mi sono laureato a Palermo), era il primo anno che mi cimentavo con il design».

Quando arriva il successo?

«Dopo l'esperienza al Satellite, continuo a fare l'architetto: questa volta Stefano Boeri allora direttore di Domus, nota degli interni firmati da me e scrive una recensione entusiastica. Ma il successo arriva nel 2008, quando la scala che disegno per la Casa G a Cefalù finisce sulla copertina di Domus e vince diversi premi».

Lei laureato in architettura, ha esordito come designer, è stato premiato come architetto, ora espone al Salone del Mobile le lampade Setareh per Fontana Arte e il tavolino Still Life per Driade. Come vive il rapporto tra design e architettura?

«Di sicuro la mia professione - ho fatto l'architetto d'interni per 14 anni - ha cambiato il mio rapporto con gli oggetti, ma soprattutto con lo spazio. La ricerca sullo spazio è la cifra che mi porto dietro».

Come designer ha esordito con una lampada e ora espone la collezione per Fontana Arte. Come cambia la tecnologia nella progettazione della luce?

«Tutte le lampade ora sono a led. C'è stata una vera e propria rivoluzione 10 anni fa che ha fatto sì che la lampada non fosse più costruita intorno all'estetica della lampadina. Si può parlare di design senza tempo, ma la tecnologia è solo uno degli elementi della continua ricerca di bellezza».

Cosa significa un design senza tempo?

«Ormai abbiamo la possibilità di lavorare su una bellezza molto semplice seppur sofisticata, bypassando la tecnologia».

Ci spiega meglio?

«Tutti i pezzi che si vedono in mostra sono realizzati digitalmente, con macchine a controllo numerico che consentono fresature e saldature che non potrebbero essere così perfette se realizzate da un artigiano. Voglio dire che la tecnologia è in tutti i prodotti, consente di raggiungere la perfezione, rimanendo invisibile».

Il Superstudio Più lancia il colore, come nuova tendenza...

«Il più grande evento del Fuorisalone, quello di Oikos, si chiama White. Ci sono tanti punti di vista, ma concordo con lo spirito del Superstudio. É finito l'incubo della modernità e torna finalmente la policromia, e la libertà».

Lei è stato scoperto da laureando al Satellite. Che messaggio vuole lanciare ai giovani?

«Che ce la si fa, non sono finte promesse, è vero ma bisogna crederci».

Che doti occorrono?

«Tanta pazienza, creatività e responsabilità».

Ovvero?

«Bisogna avere desiderio per la bellezza per riuscire a costruire l'immaginazione. Tradotto: le idee vengono perché si è pieni di ciò che si ha amato».

La responsabilità?

«Il nostro è un mestiere pubblico. Quando la casa progettata per un privato viene pubblicata su una rivista diventa pubblica, appartiene alla collettività con tutto quel che comporta. Ecco, bisogna avere chiaro il messaggio che si vuole trasmettere. Per esempio nella mia scala (Casa G) c'era più energia di quella necessaria, ma mi è servita per immaginarla. La scala poi è stata pubblicata perché aveva più cose da dire. La forma non è un principio a se stante».

La pazienza?

«Bisogna essere rapidi a rispondere e poi saper aspettare anche a lungo, finché i tempi non sono maturi».