L'avvocato idealista che coltivava un sogno: tornare a far politica

Appiani, chiamato «conte», aveva 37 anni ed era tifoso del Milan. Mercoledì ha scritto a un suo amico: «Voglio impegnarmi...»

MilanoQuando tornava all'Elba - il mio rifugio , la chiamava - era per tutti «il conte». Per il sangue blu che gli scorreva nelle vene, per l'eleganza innata, per l'educazione. A Rio Marina, dove la torre che domina il mare porta il nome della sua famiglia, Lorenzo Claris Appiani tornava ogni estate. Perché lì c'erano le radici, il grande casale con le foto degli avi, i poderi e gli antichi vitigni rivitalizzati dal padre. E lì ritrovava gli amici di sempre, elbani doc come lui, sulle spiagge e nei bar a parlare di tennis, Milan e politica. Le sue passioni, assieme alla giustizia. Quest'ultima, gli è costata la vita.

Lorenzo aveva 37 anni. Poco più che un ragazzo anche a vederlo, così magrolino. Figlio di un medico e di un avvocato, con una sorella ora magistrato a Pavia, è entrato in aula a Milano per testimoniare nel processo a carico di quello che fino a poco tempo fa era un suo assistito. Ma Claudio Giardiello, l'assassino del tribunale, non era l'uomo giusto per il giovane Appiani. Instabile, irascibile e inaffidabile, l'imprenditore-killer. Tranquillo da sembrare timido Lorenzo, che aveva rinunciato al mandato. Però in tribunale, ieri, si è presentato. «Perché per lui la giustizia - racconta Nicola, un amico d'infanzia di Rio Marina - era soprattutto un'opportunità civile». L'ha pagata carissima. Una pallottola l'ha raggiunto al torace, uccidendolo prima che l'ambulanza arrivasse in ospedale.

Idealista e generoso - lo ricordano ancora gli amici - considerava la politica come una profonda missione, e in politica si era impegnato fin da giovane, al liceo Leonardo da Vinci di Milano. Portava la giacca quando i suoi coetanei facevano a gara a stracciarsi i jeans e a riesumare gli eskimo dei genitori, votava a destra che nei licei di Stato sembrava una bestemmia. Era entrato in «Libero Pensiero», movimento studentesco fondato da Carlo Fidanza (in seguito divenuto europarlamentare di FdI) e si era avvicinato a Forza Italia. Poi, dopo la scuola, si era candidato in consiglio di zona a Milano, era un militante degli azzurri, aveva preso parte alla campagna elettorale per le comunali del 2006. «Quando tornava all'Elba parlava con tutti di politica - ricorda ancora l'amico Nicola -. Essere di centrodestra in Toscana è una scelta di campo difficile, ma lui amava soprattutto il confronto, e per questo era un piacere discutere con lui». E da poco, gli era tornata voglia di occuparsi della cosa pubblica.

Circa un mese fa, Lorenzo aveva incontrato Giulio Gallera, avvocato e coordinatore cittadino di FI. I due avevano chiacchierato a lungo dei vecchi tempi e dei nuovi. Il giorno prima di morire, il giovane Appiani aveva mandato un sms a Gallera. «Allora quando ci vediamo?», gli ha scritto. «Voglio tornare a fare politica». Niente da fare. I progetti del «conte» - l'impegno e la giustizia, un futuro scritto da avvocato di successo - sono finiti, schiantati da una pallottola in un'aula di tribunale, morte assurda e inaccettabile. L'Elba è lontana, non il suo rifugio . Per l'ultimo saluto al «conte», gli amici non potranno mancare.