Lega, Salvini fa fuori Tosi «Prendo atto: è decaduto»

Il segretario respinge le condizioni del sindaco: «Si candida? In pochi con lui». La replica: «Un Caino che si traveste da Abele»

Milano Tosi fuori dalla Lega, dopo una giornata di trattative, telefonate, bozze di mediazione, tentativi di ricucire lo strappo. Il segretario del Carroccio Matteo Salvini aspetta fino all'ultimo, anche troppo secondo l'ala anti-Tosi, ma a tarda sera pronuncia il verdetto: «Dispiace che da settimane Flavio Tosi abbia scelto di mettere in difficoltà la Lega e il governatore di una delle regioni più efficienti d'Europa. Ho provato mediazioni di ogni tipo, ma purtroppo, ricevendo solo dei no, sono costretto a prendere atto delle decisioni di Tosi e quindi della sua decadenza da militante e da segretario della Liga Veneta. Non si può lavorare per un partito alternativo alla Lega, non si possono alimentare beghe, correnti o fazioni». Fuori, dunque.

Ora le strade si dividono, e così sarà anche alle Regionali, dove la Lega di Salvini e del ricandidato Luca Zaia in Veneto avrà come avversario non solo il Pd ma anche Tosi («Se insisterà nel volersi candidare contro Zaia, magari insieme ad Alfano e a Passera, per aiutare la sinistra, penso che ben pochi lo seguiranno» scrive sempre Salvini su Facebook). La proposta arrivata da Tosi ai pontieri (Bossi, Giorgetti e Pini) era «inaccettabile» secondo i fedeli di Zaia, e alla fine questo è stato il giudizio di Salvini. In effetti la bozza (non una lettera a Salvini, come si era detto) conteneva, di fatto, la richiesta di resa pressoché totale a via Bellerio, dopo il consiglio federale che aveva stabilito l'incompatibilità tra Lega e la fondazione «Ricostruiamo il Paese» di Tosi e poi il commissariamento sulle liste elettorali. Il mezzo passo indietro di Tosi, che è rimasto fedele alla sua posizione iniziale, consisteva in pochi punti. Sulla fondazione Tosi chiedeva che fosse libera di fare politica ma soltanto - e qui stava la concessione - in accordo con la Lega. Poi si era detto disponibile a rinunciare a una lista a suo nome in Veneto. Tutto qui. In cambio ha chiesto che la lista civica in appoggio di Zaia non portasse il nome di Zaia, e fosse aperta ai candidati tosiani. E soprattutto, di revocare il commissario elettorale, Giampaolo Dozzo, e avere pieni poteri («Come prevede lo statuto del partito») sulle liste.

Troppo, secondo Salvini, che ha sentito su di sé la pressione del Carroccio per una soluzione della vicenda ormai trascinata troppo per le lunghe. Quando poi, in tv a La7, ha visto Tosi accusarlo di aver tradito il patto, siglato a tre insieme a Maroni, che prevedeva Tosi candidato premier leghista (con dietro anche la sua fondazione), ha perso ogni dubbio: basta, fuori. E la spaccatura, che sembrava quasi rientrata, finisce in rissa. «Salvini mente sapendo di mentire – attacca il sindaco di Verona -. Mai avrei pensato di vedere in Lega il peggio della peggior politica. Un Caino che si traveste da Abele». Per Zaia, che con Tosi è ai ferri conti da tempo, è una «buona notizia: si mette la parola fine a beghe e polemiche incomprensibili che sono durate fin troppo. Resta l'amarezza per come è andata a finire, ma ora si deve voltare pagina». Ora occhi puntati sulle mosse di Tosi, e del Pd.

La percentuale raggiunta dalla Lega in Veneto nelle regionali del 2010, quando venne eletto Luca Zaia