La legge sui genitori fa male ai bambini

Michelle Hunziker, showgirl molto amata dagli italiani (e non solo), ha parlato di una proposta di legge diretta a punire con il carcere chi «aliena i figli» all'altro genitore, pensata (...)

(...) e scritta dall'avvocato Giulia Bongiorno.

La legge, dal titolo «Disposizioni penali in tema di abuso delle relazioni familiari o di affido», tratta concetti e questioni complesse in modo così distorto e superficiale, tanto da procurarmi non poco disagio e una sgradevole sensazione di pressappochismo.

Passi la showgirl che, brandendo la spada del difensore delle donne, si inerpica in errori grossolani in tema di affidamento, collocamento e alienazione parentale, ma quello che reputo inaccettabile è che un avvocato penalista, di nota fama e comprovate capacità, possa farsi portatore di una proposta di legge che non solo non ha senso, ma è soprattutto errata nei termini prima ancora che lesiva degli interessi degli stessi minori.

Di fatto

Dunque, secondo l'avvocato Bongiorno, se tieni una condotta alienante rischi tre anni di carcere. In altre parole i genitori riconosciuti portatori di PAS (sindrome di alienazione parentale) sarebbero dei criminali.

Alcune domande si impongono: come è possibile prendersi tre anni di reclusione sulla base di una sindrome classificata da più parti come non scientifica e dichiarata inesistente non solo dal ministero della Sanità, ma anche dalla Corte di Cassazione in tutti i casi concreti in cui è stata nominata?

E come si fa anche solo a pensare che in una causa matrimoniale conflittuale, dove normalmente un genitore accusa l'altro di ostruzionismo ai danni del figlio, si possano sommare gli interventi del giudice civile e dei consulenti nominati da questo ad altri interventi di marcatura penale?

Si è domandato, poi, l'esimio avvocato, chi sarà deputato ad accertare una sindrome (la PAS) che il giudice della separazione non riconosce? Verranno nominati altri consulenti? Sulla base di quali criteri scientifici pronunceranno?

Dovremmo immaginare uno scenario di scontro frontale tra il giudice civile e il giudice penale? Come se non bastassero già gli interventi concentrici di mediatori, avvocati, giudici, psicologici e terapeuti nel corso di una vicenda separativa?

Ma soprattutto, che ne sarà del bambino una volta che il genitore presunto alienante sarà in carcere (accusato di una sindrome che non c'è)? Verrà collocato presso l'altro? O verrà dirottato in una comunità etero-familiare?

Una separazione, quando molto conflittuale, è spesso costellata da una serie di altre cause: esecuzioni, opposizioni, cause per il risarcimento del danno, denunce penali per il mancato pagamento dell'assegno di mantenimento o per il mancato ottemperamento ai diritti di visita o, ancora, nei casi più gravi, per maltrattamenti o violenze.

Un cocktail letale, dunque, quello che cola dalle righe della proposta: errato utilizzo dei termini, mancato discernimento tra scienza e pseudoscienza, genericità, disinformazione. Il tutto condito da una pericolosa promozione televisiva e servito in un calice allettante, perché offerto da una mano amica e cordiale a milioni di spettatori sicuramente emotivamente coinvolti.

Anche sorvolando (a fatica) sull'errato utilizzo del termine «potestà genitoriale» – ormai sostituito in ogni norma dell'ordinamento, e sin dal 2012, dalla più corretta espressione «responsabilità genitoriale» - non vi è chi non veda come l'assoluta genericità della formulazione del «nuovo reato» si presti pericolosamente a strumentalizzazioni di ogni genere.

Pericolosa, concludo, la deriva di questa nuova forma di consumismo giuridico in cui le proposte di legge si pubblicizzano con un testimonial di bella presenza e che servono solo, come in questo caso, a creare confusione.

Non credo nemmeno che ci sia bisogno del carcere per sanzionare condotte che sono già oggetto di interventi massicci da parte di tutti gli operatori di diritto che operano professionalmente per risolvere queste vicende.

Piuttosto, avremmo bisogno di recuperare un'educazione e una cultura familiare che si è persa nel tempo e che favorisca il dialogo e la responsabilità (e non potestà) genitoriale per salvaguardare quel bene primario che sono i nostri figli.

A questa proposta quindi rispondo: grazie, anche no.