Leggendo la tua lettera piango come allora. E mi sento una ragazzina

"Ogni volta che partivo c'era molta tensione, nessuno di noi voleva ammettere il dispiacere di lasciare l'altro"

Quando l'altro giorno in prima pagina sul Giornale ho letto che sarebbero state pubblicate «Le lettere d'amore dei grandi della storia», il mio primo pensiero è andato ad una lettera che avevo ricevuto tanti anni fa da un uomo che sarebbe diventato mio marito: Giorgio Saviane. Per me è stato «un grande», infatti era un celebre avvocato di Firenze, un famoso romanziere, forse lo era solo per me, lo sarebbe stato anche per il direttore de il Giornale ? Ho subito allontanato l'idea di inviare la lettera per pudore, vergogna e timidezza.

Dopo due giorni quel tarlo continuava a scavare nel mio cervello. Mi chiedevo: perché no? Perché sì? Lui sarebbe stato d'accordo? No no no, per carità, è una cosa privata e tale deve rimanere! Ieri stavo guardando la tv seduta in poltrona, il cervello sempre in ebollizione, mi sono alzata precipitandomi a cercare la famosa lettera. Con grande emozione l'ho aperta, mi tremavano le mani come quel giorno quando la trovai nella cassetta della posta tornando da un lungo viaggio, all'epoca la lessi tutta d'un fiato piangendo. L'ho riletta analizzandola in ogni sua frase e ho provato la stessa emozione. E ho deciso di inviarla al Giornale .

Ecco la storia di questa lettera. Nel mese di agosto 1989, avevo fissato di trascorrere una vacanza al Club Mediterranée nelle Antille. Pensando di fare un piacere a Giorgio, avevo scritto nella sua agenda i miei recapiti telefonici, così avremmo potuto sentirci (all'epoca non c'erano i cellulari!).

Ogni volta che partivo c'era nell'aria molta tensione, nessuno di noi voleva ammettere il dispiacere e anche un po' la gelosia di lasciare l'altro. Guardando l'agenda Giorgio esclamò: «Non so che farmene di quei numeri, potevi fare a meno di scriverli!». «Benissimo! li cancello subito!», risposi passando più volte su e giù un grosso pennarello fino a formare una grossa toppa nera.

Ecco il motivo della lettera: si scusava e allo stesso tempo era pentito di non aver accettato con gioia la mia disponibilità ad essere raggiunta da una sua telefonata.

La nostra era una relazione segreta, lavoravamo insieme, ma data l'enorme differenza d'età, quasi quarant'anni, si può capire la sua prudenza e ogni tanto le mie alzate di scudi. Non volevo compromettere la mia famiglia per una relazione che poteva finire da un giorno all'altro, allo stesso tempo lui doveva fare i conti con il suo entourage familiare (anche se scapolo), lo studio legale e l'ambiente letterario.

A un certo punto, nella lettera scrive «tuo: ohohoh», così lo chiamavo quando eravamo soli e per lui ero la «contessa», non lo sono, lo era la mia nonna paterna, ma lui si divertiva scherzando su quell'appellativo.

Abbiamo passato anni intensi, ho imparato molto, moltissimo da lui, oggi sono una persona più che adulta, mi accorgo di essere rimasta dentro quella ragazzina che lui ha aiutato a crescere e maturare. Mi ha insegnato ad emozionarmi per un bel tramonto, per un gattino che ti viene vicino facendo le fusa, ad essere sempre curiosa nell'apprendere novità in ogni campo, a commuovermi ascoltando un'aria di Puccini e a piangere al cinema durante una scena d'amore, senza vergognarmi.

Grazie Giorgio.

* Vedova dello scrittore