Lei appare per un attimo sulla porta di casa: «Grazie a chi ha pregato per noi»

nostro inviato a Verdello (Bergamo)

Tornasse dal campo scout, certo Vanessa avrebbe un'altra cera. Eppure non si può dire che sia messa male in arnese: dopo cinque mesi di Siria, ospitata dai tagliagole alla loro maniera, è comunque un buon vedere. È frastornata e confusa, quando scende dalla Mercedes del papà, assieme alla mamma Patrizia e al fratello Mario: ma tutto sommato conserva ancora la sua amabile aria da ventenne dolce e patatona. Davanti alla villetta di Verdello non ci sono fanfare e sindaci con la fascia tricolore. Nessun comitato d'accoglienza e nessuna atmosfera di festa. Solo qualche vicino sul terrazzo, un paio di striscioni con pensieri poetici («Il sole è tornato con te, bentornata Vanessa»), palloncini colorati, solito ammasso di giornalisti e fotografi. È un ammaraggio soft e minimalista, decisamente, dopo la lunga odissea nello spazio tetro dell'odio. D'altra parte questo non è neppure il vero paese di Vanessa: lei e la famiglia, dopo che nel 2000 erano emigrati al Nord da Cosenza, avevano radici a Brembate, non lontano in linea d'aria, ma da tutt'altra parte. Qui il papà - separato dalla moglie - ci è venuto in luglio per sottrarsi all'assedio dei media, stabilendosi nel borgo dove manda avanti con il figlio un locale alla buona. Risultato: si respira più agitazione civica a Brembate, dove si apprestano a organizzare un bell'evento pop con saluti e baci, che a Verdello. Ma non è nemmeno il caso farla tanto lunga, con questi risvolti geopolitici. Adesso la commozione è tutta concentrata qui, alle 14,44 di un sabato nemmeno tanto freddo, con o senza clamori di popolo. Sciarpone simil-kefiah al collo, Vanessa scende dalla macchina e viene trascinata dentro casa dalla mamma Patrizia, con atteggiamento protettivo, superando il classico giardinetto di tre metri quadri, ricavati nelle ben note villette a schiera per far dire alla gente che vive nel verde. La ragazza ha solo tempo e modo di pronunciare poche parole: «Grazie a tutti, grazie a chi ha lavorato e a chi ha pregato per noi». La mamma chiede indulgenza, «portate pazienza, parleremo al momento opportuno». Poi via, dentro il rifugio di casa, dove aspettano parentado e amici di sempre. Sarà soltanto l'insistenza dei giornalisti a strappare un'altra fugacissima comparsata alla porta: più che altro un volto nella penombra, con una mano che saluta. È davvero il massimo che il papà Salvatore riesce a ottenere dalla sua e creatura. Quindi, supplicherà soltanto i questuanti al cancello di usare umanità: «Siamo felici, è una brutta storia con un lieto fine. Adesso vi prego, siete stati così gentili in questi giorni con noi, ho detto anche ai carabinieri di non venire a fare servizio, perché questo è un giorno di festa. Ci sta un po' di baraonda, però ora basta. Dateci due o tre giorni di respiro, per ritrovare un po' di pace e riordinare le idee. Poi sarà Vanessa in prima persona a dialogare con voi». Nel suo legittimo candore, l'uomo non sa che l'inferno comincia adesso, con la solita asta ossessiva dei rotocalchi e delle tv nazional-popolari per avere la prima intervista della ragazza, cinquemila euro, noi te ne diamo diecimila, se vieni da noi ventimila. Per il momento, Salvatore Marzullo fa da scudo umano, accetta di offrirsi in alternativa, senza risparmiarsi. Gli chiedono se Vanessa abbia chiesto scusa anche a lui: «Vanessa non ha nulla di cui scusarsi. Ha voluto fare del bene, mica l'ha fatto apposta a cacciarsi nei guai». C'è l'assoluzione affettuosa del papà, ma anche la parola severa del padre: «Aiutare le persone non è mai sbagliato. Ma può essere pericoloso. Lei ha fatto una cosa pericolosa, ha commesso errori. Se mai volesse ripartire, ne dovremmo riparlare, stavolta». E le critiche feroci di quesi giorni? «Ho la mia idea: al mondo c'è chi ha il coraggio di fare le cose, anche sbagliando, poi c'è chi non ha il coraggio di farle e allora critica ferocemente». Può bastare, per ora. Chiusa in casa, Vanessa riparte per un nuovo viaggio, altrettanto lungo e tortuoso, verso l'approdo della serenità. Non sarà facile. Però toccherà anche al mondo là fuori renderle la vita meno complicata. Dopo tutto, ha compreso gli errori, ha assaporato il fiele della disillusione. E ha chiesto scusa, con la sua amica. Non è poco, a soli vent'anni, saper chiedere scusa: c'è gente che non riesce mai in tutta una vita. Sicuro, noi possiamo pretendere che le cooperanti, da ora in poi, siano anche coopensanti, prima di muoversi. Ma deve bastare questo. O vogliamo dire che non basta? Che vogliamo lapidarle in mezzo alla strada? Non scherziamo, siamo l'Occidente mica per niente: abbiamo un sacco di vizi, ma senza falsa modestia conserviamo in fin dei conti quella virtù insuperata che si chiama ragione.