L'eredità di Barack è un mondo meno sicuro

Secondo la maggioranza degli americani, gli otto anni di Barack Obama alla Casa Bianca hanno diviso più che unificato gli Stati Uniti. Ma gli vogliono bene e hanno versato qualche lacrima durante il discorso d'addio. Obama se ne va con eleganza, ripetendo il consumato mantra «Yes, we can. Yes, we did» (Possiamo farlo, l'abbiamo fatto) ma lasciandosi alle spalle errori e un mondo più pericoloso. I suoi otto anni sono stati drammatici per gli afroamericani che hanno visto la loro situazione sociale ed esistenziale andare sempre peggio, perché i ghetti scoppiano e il razzismo di pochi bianchi non è sufficiente a spiegare quel che è successo.

Obama è stato il presidente che lascia ricordi molto forti, ma non quella legacy, il lascito, che ha inseguito fino all'ultimo senza renderlo mai concreto. La sua politica estera è stata un disastro perché ha lasciato marcire il Medio Oriente non sapendo mai prendere l'iniziativa, ma subendo le iniziative di Sarkozy per liquidare la Libia di Gheddafi o quelle di Putin che ha messo sotto la sua protezione blindata la Siria di Assad. I suoi rapporti con Israele sono andati peggiorando fino all'inaudita decisione (inaudita perché mai udita prima) di non opporre il veto a una mozione anti israeliana nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, favorendo per motivi puramente propagandistici il primato di Hamas nel governo palestinese. Lo stesso Hamas che ha plaudito freneticamente l'ultimo attentato con un camion che ha falciato quattro ragazzi israeliani di vent'anni. Ha tentato, fino all'ultimo istante e ancora tenterà dopo la fine della sua presidenza di difendere il sistema di assicurazione sanitaria che porta il suo nome, ma rifiutata in gran parte dal ceto medio che non vuole il medico della mutua perché è storicamente abituata a scegliere il proprio medico. Aveva giurato che l'America si sarebbe subito ritirata dall'Irak dove l'aveva cacciata l'amministrazione Bush, ma è stato costretto a rinviare e mentire perché non era possibile. Si è impantanato in Afghanistan il luogo storico del «grande gioco» fra Russia e Gran Bretagna (e poi America) - senza saper trattare con i russi. La sua decisione di schierarsi con la sua ex nemica e concorrente Hillary Clinton consegnandole l'elettorato nero come se fosse un pacco dono, ma senza un programma per gli afroamericani, ha contribuito a radicalizzare lo scontro politico senza rendere la sua ex Segretaria di Stato più appetibile.

Il fatto è che il grande ed elegante intellettuale Obama (che non discende dagli schiavi americani ma da un gaudente studente kenyota) non ha capito ciò che Donald Trump ha incarnato fisicamente prima ancora di capire. E cioè un'America che non ha più nulla a che fare con quella che hanno avuto di fronte Ronald Reagan, i Bush padre e figlio, Bill Clinton e la sua ambiziosissima consorte sostenuta da Obama fino alla sconfitta. Trump sul campo opposto ha saputo dare voce ad un urlo represso, politicamente scorrettissimo, mentre Barack Obama sa intonare con voce e intonazione perfetta senza accompagnamento «Amazing Grace» e trascinare la folla alla commozione e alla venerazione, sentimenti forti ma poco spendibili in politica. Con i russi e in particolare con Putin ha seguito la «Old school» angloamericana del contenimento ma senza essere in grado di valutare e reagire alle contromosse sempre più audaci del presidente russo. Obama ha ricevuto un Premio Nobel per la pace dopo soli nove mesi dal suo primo insediamento, ma lascia come eredità una polveriera con la miccia accesa. Infine, è accusato di aver abusato delle uccisioni programmate con l'uso dei droni attivati con un telecomando.

Anche aver fatto trucidare dai corpi speciali il vecchio e malato grande nemico Osama Bin Laden non lo ha fatto apparire come un eroe ma piuttosto un killer. Ha promesso di restare sulla scena e ha promesso un passaggio di consegne con Trump smooth, soffice come un frullato allo yogurt. L'America che lascia al suo successore è più che divisa: è preda di una crisi isterica proprio quando si impone il rientro da un sogno e l'atterraggio sulla realtà.