L'ex leader laburista: l'uscita dalla Ue sarebbe il caos Il premier replica: «Non vuol dare voce ai cittadini»

Più che un abbraccio, un colpo basso. L'ingresso di Tony Blair nella campagna elettorale britannica galvanizza i Conservatori, offre al premier David Cameron un'occasione d'oro per additare il Labour come il partito che non vuole dar voce ai cittadini e consente al premier di fregarsi le mani a un mese dal voto più incerto che il Regno Unito ricordi.

Nemo propheta in patria , verrebbe da dire. Sì, perché dall'alto dei suoi tre mandati consecutivi - nel discorso pronunciato ieri a Sedgefield, storico seggio elettorale in cui Blair si è affannato a proclamare urbi et orbi il suo sostegno «totale» all'attuale leader laburista Ed Miliband - l'ex premier dei record ha voluto dire la sua sul referendum per l'uscita dall'Unione europea promesso da Cameron per il 2017. E ha ricordato alla fine quello che ormai molti studi confermano, cioè che l'uscita del Regno Unito dalla Ue spingerebbe l'economia britannica «verso una coltre di imprevedibilità» che renderebbe improvvisamente «insicuri» lavori un tempo «sicuri», che porterebbe alla «posticipazione o alla cancellazione di molti investimenti» e spingerebbe il Paese verso «il caos», anche solo in vista di una pragmatica quanto faticosa riorganizzazione. «Ricordate il sollievo che abbiamo provato quando la Scozia ha votato no», ha affermato l'ex premier rievocando il referendum sull'indipendenza di settembre 2014, quando Conservatori e Laburisti si trovarono dalla stessa parte, cioè uniti per il «no».

Eppure il suo intervento, che ha il chiaro obiettivo di rassicurare una parte del mondo del business terrorizzato dalla prospettiva di un avvento di Ed Miliband a Downing Street (cento imprenditori hanno siglato una lettera aperta dicendosi convinti che «una vittoria laburista minaccerebbe la ripresa economica») rischia di sortire l'effetto contrario che Blair si era augurato. Non solo perché gli inglesi restano parecchio scettici sulle virtù dell'Europa. Ma anche perché, proprio come accaduto con la Scozia, al di là dell'esito finale del referendum, vorrebbero quanto meno pronunciarsi. Non a caso l'astuto Nigel Farage, che cavalca l'onda anti-Ue, ha incalzato il premier Cameron e chiesto che il referendum venga addirittura anticipato al 2016. «È straordinario che Tony Blair non pensi che la gente debba dire la sua in un referendum sull'Europa», ha twittato il primo ministro Cameron gongolante per l'assist ricevuto. Intanto il quotidiano conservatore Telegraph , in esclusiva, riferiva quello che l'entourage di Miliband pensa dell'ex premier e collega di partito, riportando le parole del consigliere politico dello stesso Miliband, Jon Cruddas, uno degli estensori dell'attuale manifesto laburista, che ha definito «spazzatura» la politica portata avanti da Blair negli ultimi anni del mandato e «priva di anima» la sua ideologia. Inutili, insomma, i tentativi dei due leader di apparire ora uniti. Più volte, nei mesi scorsi, l'ex premier ha dovuto smentire di essere convinto che Miliband fosse troppo a sinistra e non all'altezza di vincere le prossime elezioni. E l'uscita di ieri rischia di essere per il Labour un autogol: il progressista Guardian lo dipinge come un condor al cui arrivo «gli abitanti del villaggio si tappano in casa e gli agnelli corrono al fianco della mamma». Blair è ormai un marchio «tossico» per la sinistra inglese. Molti sono convinti che per fare un favore a Miliband avrebbe fatto meglio a tacere.

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