Libia, governo schizofrenico Pinotti corre, Gentiloni frena

I ministri disertano le Commissioni e i sottosegretari dicono che sul ruolo di Sigonella non è deciso nulla

Patricia Tagliaferri

Roma Non è proprio una linea retta quella che l'Italia segue sulla Libia dopo l'annuncio di Roberta Pinotti in Parlamento. «Siamo pronti a dare basi e spazio aereo agli Usa», ha detto martedì il ministro della Difesa. Un'altra delle sue fughe in avanti, non sempre condivise dal governo, che provoca altri malumori. Stesso copione del febbraio 2015, quando la Pinotti annunciò che erano pronti cinquemila uomini da mandare in Libia per fermare l'avanzata del Califfato, con il nostro Paese in testa a una coalizione internazionale, ma il governo, Gentiloni in testa, frenò. Anche ora il ministro degli Esteri ci va piano. «Valuteremo», ha detto.

Di nuovo l'accelerata improvvisa della Pinotti sulla Libia imbarazza il governo. Il premier Matteo Renzi, che finora era stato molto cauto, si ritrova con le spalle al muro. Negare agli Usa l'uso di Sigonella, del resto, sarebbe impossibile essendo i bombardamenti americani in linea con la risoluzione delle Nazioni Unite. Ma quello che il governo italiano proprio non vuole, è essere associato alle bombe a stelle e strisce e dunque alla parola «guerra», soprattutto in un momento in cui la base di sinistra del Pd è molto critica. E a ridosso di un referendum decisivo per la tenuta dell'esecutivo.

Da qui la linea altalenante su come l'Italia debba rispondere alla richiesta di aiuto del governo di unità nazionale libico di Fayez al Serraj. Ieri l'assenza della Pinotti e di Gentiloni alle audizioni davanti alle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato sulla Libia non è piaciuta alle opposizioni, che aspettavano spiegazioni dal governo sull'uso delle basi e non le hanno avute. Per protesta il Movimento Cinque Stelle ha abbandonato l'aula. Molto critico anche il senatore di Gal, Mario Mauro, che è stato ministro della Difesa prima della Pinotti e che quindi certi meccanismi li conosce bene: «Non mi stupirei se fosse tutto già deciso e i ministri non siano andati in commissione per non metterci la faccia». «Stanno facendo il gioco delle tre carte», incalza con l'Huffington Post l'ex ministro. Per questo avrebbero mandato avanti i sottosegretari, che si sono limitati a parlare di decisioni ancora non prese e spiegato che l'Italia era stata informata in anticipo dagli Stati Uniti sull'avvio delle operazioni e sui loro obiettivi.

Il sottosegretario agli Esteri, Vincenzo Amendola, ha garantito che «le operazioni interesseranno la sola area di Sirte e saranno limitate nel tempo», escludendo che ad esse si accompagni un intervento di terra che non sia logistico e tecnico. Il sottosegretario alla Difesa, Domenico Rossi, non si è sbilanciato oltre, spiegando che al momento è impossibile sapere dove e quali basi saranno utilizzate perché non c'è una richiesta specifica. E ha assicurato che «le operazioni aeree finora condotte non hanno interessato in alcun modo il nostro Paese». Anche se il Fatto Quotidiano ieri ha scritto, senza essere smentito, che Renzi già all'inizio dell'anno ha segretamente concesso agli Stati Uniti l'uso di Sigonella come base di partenza per i loro droni armati operanti in Libia.

«L'Italia - ha aggiunto poi Rossi - non resta però indifferente e mantiene aperta una linea di dialogo diretta sia con la controparte libica sia con gli alleati americani per verificare lo sviluppo dell'operazione e le eventuali esigenze di supporto indiretto».

Il governo continua a fare l'equilibrista. Sulla Libia non si vuole esporre, con la minoranza Pd che dice no alle bombe americane. Anche Sel va all'attacco. Il capogruppo Arturo Scotto, avrebbe voluto Pinotti e Gentiloni in commissione. «C'è una tendenza a sottovalutare l'importanza del passaggio parlamentare», polemizza. Si associa alla critica il deputato di Forza Italia ed ex presidente della commissione Difesa, Elio Vito. Per il centrodestra il governo dovrebbe essere più incisivo. Mara Carfagna, di Forza Italia, accusa l'esecutivo di «ignavia» perché dissimula il proprio impegno in Libia davanti all'opinione pubblica.