Libia, non scafisti ma criminali dietro al sequestro degli italiani

Gli autori del rapimento dei 4 tecnici punterebbero al pagamento di un riscatto Il sottosegretario Minniti: «Cerchiamo fonti attendibili con cui interloquire»

Ci sono pochi punti fermi nella vicenda del sequestro di Gino Pollicardo, Fausto Piano, Filippo Calcagno e Salvatore Failla, i quattro tecnici della Bonatti rapiti martedì nel compound Eni a Mellitah. Uno di questi, al momento il più importante, è il coinvolgimento di una banda di criminali che cerca di ottenere il pagamento di un riscatto. Lo si apprende dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, il Copasir, in seguito all'audizione di ieri pomeriggio del sottosegretario con delega ai servizi segreti Marco Minniti. «Occorre individuare delle fonti con cui interloquire che siano attendibili - si apprende dal Copasir - e che possano portare in tempi rapidi a una soluzione della vicenda, che resta complessa e delicata». L'altro punto fermo è racchiuso nella distanza di appena 12 chilometri tra il luogo del rapimento e la località di Sabratha, tristemente famosa per essere una delle più «attrezzate» palestre di addestramento dei miliziani del Califfato Islamico che controlla un'ampia fetta della Libia.

Inizierebbe quindi a emergere un primo profilo dei carcerieri dei quattro connazionali: non scafisti, ma criminali, e in qualche maniera collusi con il terrorismo di matrice islamica. E se il ministro dell'Interno Alfano chiede «in questo momento lasciar lavorare in silenzio gli investigatori» e il collega degli Esteri Gentiloni si appiattisce sulla medesima posizione ricordando che «prudenza, riserbo e molto valore sono necessari per riportare a casa i quattro nostri connazionali», dalla Libia arrivano voci contrastanti sui possibili sviluppi della vicenda. Il colonnello Abid Zaidi, ex collaboratore di Muhammar Gheddafi, conferma che il blitz a Mellitah non è opera dei trafficanti di esseri umani. «Quella è un'area controllata dalle milizie di Jeish al Qabail. Loro si definiscono appartenenti all'esercito libico, ma in realtà non sono altro che bande criminali». Zaidi invoca l'intervento del generale Khalifa Haftar, perché in passato Jeish al Qabail era suo alleato nella lotta contro le milizie di Alba della Libia (Fajr) che controllano Tripoli. A dirla tutta Haftar potrebbe addirittura «mediare per conto dell'Italia. Presto i rapitori faranno pervenire la loro richiesta di riscatto e una volta trovato l'accordo gli italiani saranno liberati. Non sarà comunque una partita facile».

Percorre invece la strada degli intrecci politici Khalifa Al Ghweil, il premier del governo di Tripoli che si oppone a quello di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale. Al Ghweil rivela di aver attivato «i servizi segreti e l'intelligence di cui disponiamo» e considera i rapitori «criminali che vogliono mandare in frantumi le relazioni che stiamo tentando di instaurare con l'Italia». Il primo ministro di Tripoli conclude bacchettando il governo italiano «per la debolezza manifestata nel combattere il terrorismo e i criminali. È vero che noi non abbiamo molti mezzi, ma loro non hanno fatto nulla per aiutarci a contrastare il terrorismo in Libia». Dove per altro la situazione rimane molto tesa, soprattutto dalle parti del compound di Mellitah, teatro del rapimento dei quattro tecnici della Bonatti. Secondo le testimonianze di tecnici e addetti ai lavori europei a quelle latitudini non sarebbe raro vedere persino bambini imbracciare pistole e fucili, anche loro assoldati da bande armate che cercano di conquistare un qualche potere in una nazione che esiste soltanto sulle cartine geografiche.

E ieri l'ennesimo naufragio davanti alle coste libiche: affondato un gommone, decine le vittime. I superstiti sbarcati ad Augusta. Secondo le testimonianze c'erano 120 persone, una quarantina sarebbero decedute; fra le vittime anche minori.

di Luigi Guelpa