L'imbarazzo di Confindustria perdente senza un motivo

La base contro il presidente Boccia: ci ha schierati in una guerra sbagliata. Pesa l'influenza delle aziende del Tesoro

L a valanga dei «No» al referendum crea qualche imbarazzo in Confindustria. E al suo presidente Vincenzo Boccia. Il quale - fatto mai accaduto - aveva deciso di schierare l'associazione in un referendum. Per il «Sì».

Una posizione che - raccontano diversi associati - Boccia aveva sottoposto a una votazione nel Consiglio generale (il parlamentino di Viale dell'Astronomia) poco dopo la sua elezione della primavera scorsa, alla stregua di un «voto di fiducia». Per questo, vista l'ondata del «No» al referendum, la base degli associati è ora in subbuglio: Confindustria si trova ad aver perso 4-0 una partita che nemmeno doveva giocare. Avendo massimizzato in questo modo gli effetti negativi, soprattutto dal lato reputazionale. Quello che già non gode di ottima salute per la crisi e le inchieste sul Sole 24 Ore, il gruppo editoriale della «ditta».

Va chiarito che la presidenza di Boccia non è comunque in discussione. Per una crisi di questa portata servirebbe un iter che, formalmente, non è nemmeno previsto dalla governance. E in ogni caso non c'è alcuna componente confindustriale che si farebbe mai carico di un'iniziativa di questo tipo: non è nelle corde, né nello stile della casa.

Sta di fatto che Confindustria, già divisa come non mai dalla battaglia elettorale in cui Boccia si è imposto su Alberto Vacchi per una manciata di voti; e spaccatasi ancora di più con l'esplosione del caso Sole e la rottura tra Boccia e il suo predecessore Giorgio Squinzi, ora si trova anche dalla parte sociale e politica sbagliata. Quella a cui la stragrande maggioranza degli italiani ha negato ogni fiducia. Ed è impensabile che tra questi non ci siano anche tanti industriali. Si pensi, per esempio, al Veneto, terra di importanti associazioni quali Vicenza o Treviso, dove il «No» ha avuto il 62%: possibile che gli associati veneti siano tutti dentro al residuo 38 per cento? E cosa dovrebbero fare quelli che si sono trovati nell'imbarazzo di avere, e magari diffondere, una posizione opposta a quella della propria associazione?

Ecco cosa ora rimproverano in tanti al loro nuovo presidente: che bisogno c'era di schierare la Confindustria? Dentro a questa, è noto, gli imprenditori a favore del «Sì» non mancavano e probabilmente erano pure la maggioranza. Ma un conto è avere singole posizioni (come quelle -per esempio - del presidente della maggiore territoriale nazionale, Gianfelice Rocca di Assolombarda), un altro è chiedere una posizione militante a livello nazionale e invitare le territoriali a organizzare iniziative locali per il «Sì». A che pro, si chiedono in tanti. Che Confindustria tenda ad avere posizioni governative non è una novità. Ma schierarsi prima di un referendum così divisivo non sembrava una buona idea.

Inevitabili, allora, anche le interpretazioni più malevoli. Quelle che fanno leva sul triangolo governo, Confindustria e grandi aziende pubbliche. Come noto, con la crisi della grande impresa e dopo l'uscita di vari gruppi (guidati addirittura dalla Fiat), in Confindustria è via via cresciuto il peso specifico di Eni, Enel, Finmeccanica & C. Fino al punto che alla presidenza del Cane a sei zampe è arrivata tre anni fa una «past president» di Viale dell'Astronomia, Emma Marcegaglia. Ed è altrettanto noto che i voti di questo mondo sono stati decisivi per l'elezione di Boccia al vertice degli industriali. Ecco allora che il cerchio del «Sì» si chiudeva perfettamente. Specialmente a pochi mesi dalla scadenza di tutti i cda delle principali partecipate del Tesoro.

Vedremo settimana prossima, al Consiglio generale del 15 dicembre, se malcontenti e maldipancia verranno allo scoperto. E in che misura si sommeranno a quelli per il principale argomento all'ordine del giorno: l'aumento di capitale del Sole 24 Ore, per il quale Boccia deve chiedere il via libera.