L'ipocrisia di quelli che avevano detto «mai più»

Mai più. Lo dice Papa Francesco, mentre affida un mazzo di fiori alle onde davanti alle spiagge di Lampedusa, invitando il governo e l'Europa ad impedire che il Mediterraneo diventi un cimitero di croci galleggianti. È l'8 luglio del 2013. «Mai più morti in mare», scandisce il Pontefice. Ma quando il 3 ottobre un peschereccio salpato dal porto libico di Misurata cola a picco a mezzo miglio dall'isola dei Conigli, trascinando negli abissi 366 persone, Bergoglio è netto: «È una vergogna». Attorno, tutti ad applaudire, nessuno ad ascoltare. Al massimo, s'intona il ritornello del «mai più», tanto le colpe sono sempre degli altri. È l'orchestra di «Quelli che Salvini è uno sciacallo». «Spero sia una delle ultime volte che veniamo a Lampedusa ad assistere a questo dramma», apre il 6 ottobre del 2013 l'allora ministro dell'integrazione Cécile Kyenge. «L'Europa deve reagire con forza e prendere in mano la situazione», duetta il ministro dell'Interno Angelino Alfano. «Dobbiamo fare di più con gli stati membri», fa eco da Bruxelles il presidente della Commissione europea Manuel Barroso. «Il Continente più ricco del mondo ha l'obbligo di accogliere chi vi cerca rifugio», strombazza dall'Europarlamento il socialdemocratico Martin Schultz. E il commissario europeo all'Immigrazione, Cecilia Malstrom, adagio: «Chiederò le risorse necessarie per una grande operazione che contenga tutto il Mediterraneo e per salvare più vite». Ma giunta a Lampedusa per i funerali delle vittime, il 9 ottobre la filarmonica viene contestata dalla platea: «Vigliacchi, assassini». Enrico Letta, ancora premier, chiede «scusa per le inadempienze del nostro Paese rispetto a una tragedia come questa».

Una stecca, per gli orchestrali. Che incuranti riprendono, suonandole alla Bossi-Fini, causa d'ogni male. «Nulla deve essere più come prima», mette a spartito la presidente della Camera Laura Boldrini. «Servono verifiche su norme che ostacolano una politica di accoglienza degna del nostro Paese», si fa sentire dal Quirinale il presidentissimo Giorgio Napolitano, mentre da Firenze il sindaco Matteo Renzi lancia con un tweet la sua ouverture migratoria: «Oggi le lacrime, da domani via la Bossi-Fini, caccia agli scafisti e l'Europa si svegli». E infatti, abolito il reato di clandestinità, e sostituita Mare Nostrum con Triton, le stragi si moltiplicano. Due mesi fa, ad esempio, sempre a Lampedusa: 330 morti dopo il naufragio di 4 gommoni. «Il punto è risolvere il problema in Libia, dove la situazione è fuori controllo», declama folgorato sulla via di Palazzo Chigi il non più sindaco ma premier Renzi, ritmando il ritornello di sempre: «Si può chiedere all'Europa di fare di più, e domani lo farò». «Triton non è più sufficiente», accorda il ministro degli esteri Paolo Gentiloni. «L'Europa riveda le politiche sull'immigrazione», ripete a se stessa l'alto commissario per la Politica estera Federica Mogherini. Fare più e meglio, ammonisce severa dal podio Laura Boldrini: «Altrimenti, ogni espressione di dolore per le tragedie avrà il segno dell'ipocrisia». Ma quelli che Salvini è uno sciacallo hanno dimenticato in fretta. Gliel'ha dovuto ricordare ieri Susanna Camusso, leader Cgil: «I governi europei e l'Unione latitano, lasciando spazio agli schiavisti del Mediterraneo. I proclami, le promesse non sono più sufficienti. Renzi e il nostro governo si attivino per porre fine al nuovo schiavismo che sta avanzando nei mari».

L'Italia affonda. Sul ponte l'orchestra continua a suonare.