L'italiano che guadagna 25 milioni con l'iPhone

Luca Maestri gestisce la cassa della Apple: nel 2015 ha incassato stipendi per «appena» un milione. Il resto sono bonus e azioni

Più che una fuga, questa è una vera e propria emorragia di cervelli. Se qualcuno ci tenesse a sapere come si fa a diventare il manager più pagato dell'azienda fondata da Steve Jobs a cinquant'anni, potrebbe provare a chiedere a Luca Maestri, dal marzo 2014 chief financial officer, cioè quello che fa tornare i conti della «Mela Morsicata».

È il custode e il gestore di un patrimonio finanziario da 160 miliardi di dollari. Un duro lavoro che qualcuno deve pur fare. Talmente duro che il nostro connazionale ha superato il guadagno annuale di Tim Cook, il ceo, successore e amico di Jobs, l'uomo di punta del colosso di Cupertino. Secondo la Securities and Exchange Commission è tutto merito delle azioni. Maestri nel 2015 ha ricevuto un salario di un milione di dollari. Il manager ha poi incassato un premio azionario di circa 20 milioni di dollari, più un ulteriore bonus di 4 milioni, quello che spetta ai quattro top manager che lavorano a stretto contatto con Cook.

In totale Maestri ha guadagnato 25,3 milioni di dollari, l'81% in più rispetto al 2014. Cook, invece, si è fermato a 10,3 milioni di dollari (anche lui in aumento rispetto ai 9,2 milioni del 2014). Due milioni di salario (erano 1,75 nel 2014) e otto in bonus. Per il ceo, però, non è scattato alcun premio in azioni ed ecco perché Maestri lo ha doppiato.Ma è inutile meravigliarsi tanto. Uno come Maestri non si trova ad ogni angolo di strada. Romano, 52 anni, una laurea in Economia alla Luiss, master a Boston, ha un passato come top manager in aziende del calibro di Xerox, General Motors e Nokia-Siemens. Trilingue (oltre all'italiano parla inglese e portoghese), ha vissuto in sette Paesi di tre continenti. Non a caso a chiamare Maestri a Cupertino è stato Tim Cook in persona e la classifica di Fortune lo ha inserito tra i manager più ammirati al mondo.

E non è l'unico. Sono 22 i top manager italiani a capo di società o di grandi divisioni di multinazionali, che da soli hanno ricavi per oltre 1.100 miliardi di euro, utili netti per 117 miliardi e dirigono 2,7 milioni di dipendenti. C'è Lamberto Andreotti, 64enne figlio dell'ex pluri-presidente del Consiglio: è presidente esecutivo della multinazionale farmaceutica americana Bristol-Myers Squibb. Nel 2014 tra retribuzione fissa, stock option e altre voci ha incassato la bellezza di 27 milioni di dollari (22 milioni di euro). C'è Lorenzo Delpani, 47enne bresciano a capo di Revlon, il colosso americano della cosmetica e dei profumi, dove ricopre le cariche di presidente e amministratore delegato. Il suo compenso annuo nel 2014 è stato pari a 14,7 milioni di dollari (12,1 milioni di euro). Poi ancora Vittorio Colao numero uno di Vodafone a Londra; Massimo Tosato, vice presidente esecutivo della società di Asset Manager Schroders; Gianfranco Lanci, corporate President e COO di Lenovo Group; Ferdinando Beccalli-Falco, numero due del gigante General Electric a Francoforte; Riccardo Zacconi, ceo della londinese King, artefice del successo mondiale del videogioco Candy Crush; Gabriele Cerrone, ceo di Gensignia, che sta sperimentando fra la California e l'Italia nuovi test diagnostici per il tumore al polmone; Daniela Riccardi, ceo di Baccarat a Parigi; Paolo De Cesare, ceo della parigina Printemps; Fabrizio Freda, ceo del gigante della cosmetica Estée Lauder di New York; Antonio Belloni, capo operativo del gruppo Lvmh che nel 2011 con la sola vendita di alcune stock option, ha guadagnato 18 milioni di euro; Guerrino De Luca, ceo in Logitech, gigante dei mouse, delle tastiere e dei gamepad; Franco Bianchi, ceo bolognese di Haworth, artefice dell'affare con Poltrona Frau; Diego Piacentini, vice president di Amazon.com; Andrea Orcel, a capo della banca di investimenti Ubs.Carriera e meritocrazia. Due concetti che in Italia sono stati svuotati di significato dalla politica, fino ad arrivare annientarsi l'uno contro l'altro, ma che nel resto del mondo hanno ancora un senso. Come diceva quel professore ne La meglio gioventù: «L'Italia è un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire. Se ne vada dall'Italia. Lasci l'Italia finché è in tempo». Come, fortunatamente, hanno fatto loro.

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