L'omicidio di Elena Ceste trova un colpevole: 30 anni al marito Michele

L'imputato al giudice prima del verdetto: «Se mi condannate sarà la più grande ingiustizia del terzo millennio»

A Michele Buoninconti il carcere fa «bene». È in forma. Ha un taglio di capelli alla moda. Sorride. È sicuro di sé. Sembra ringiovanito. E, probabilmente, «ringiovanirà» ancora di più, considerato che ieri il gup di Asti ha accolto le tesi dell'accusa: 30 anni (il massimo della pena nel processo di primo grado con rito abbreviato) per aver ucciso e nascosto il cadavere di sua moglie, Elena Ceste, scomparsa a gennaio 2014 e ritrovata morta in un canale nove mesi dopo. Inoltre Buoninconti dovrà risarcire per un totale di un milione e 790mila euro i familiari della vittima. Al giudice che stava per ritirarsi per la sentenza, l'imputato ha rivolto le seguenti parole: «Se mi condannerete, sarà la più grande ingiustizia del terzo millennio. La morte di mia moglie è stata una tragica fatalità».

Un verdetto a porte chiuse, quello di ieri, prevedibile. Michele ha fatto di tutto complicarsi la vita. Riuscendoci perfettamente. A incastralo le troppe bugie e le tante intercettazioni. Per settimane Michele ha provato a manipolare le solite trasmissioni della tv del «dolore». Quando ha capito che quel mondo catodico di pseudo informazione gli stava cucendo addosso l'abito del perfetto uxoricida (dopo averlo accreditato inizialmente come «marito affranto dal dolore»), Michele è riuscito addirittura nell'impresa di scagliarsi contro i giornalisti. E per questo dovrà affrontare anche un processo per minaccia e aggressione. Ma il peggio, Michele, lo aveva fatto prima: «addrizzando» a suo modo quella moglie che lui riteneva «storta». In che modo? Uccidendola. E poi facendo sparire il suo cadavere. La bocca di Michele si trasformò subito in una slot machine di bugie. La moglie che lo tradiva, la moglie che era depressa, la moglie affetta da crisi mistiche, la moglie depressa, la moglie malata, la moglie con l'istinto suicida. Tutte balle. Depistaggi. Unica verità: era lui ad avere un istinto omicida. Sfogato sulla donna che avrebbe dovuto amare e che invece odiava. Senza motivo.

Il giallo, come sempre, parte da una sparizione «inspiegabile». Elena si «volatilizza» dalla sua casa di Costigliole d'Asti la mattina del 24 gennaio del 2014. A dare l'allarme è il marito, il vigile del fuoco Michele Buoninconti. Quella mattina la donna aveva chiesto al marito di portare i figli a scuola visto che non si sentiva bene. Quando l'uomo torna a casa, non la trova più e, dopo alcune ore, dopo averla cercato anche nella casa di Govone, avvisa le autorità della scomparsa. Buoninconti e i loro quattro figli, la più piccola di 6 anni la più grande 14, secondo quanto raccontato dall'uomo, quella mattina avrebbero fatto colazione insieme. Poi Buoninconti e i figli sarebbero usciti per andare a scuola. Michele, rimasto poi solo, non sarebbe però andato subito a casa. A confermare queste dichiarazioni le telecamere del Comune lo hanno ripreso in due punti diversi del paese. Solo dopo essere tornato a casa ha raccontato di aver trovato ritrovato i vestiti di Elena buttati in giardino: da una parte le ciabatte spaiate e un maglione a collo alto, al rovescio, dall'altra la biancheria intima, i pantaloni, le calze e gli occhiali. Saranno proprio quei dettagli che lo porteranno a raccontare agli inquirenti dell'allontanamento volontario, e senza vestiti, della moglie Elena.

La svolta arriva dopo nove mesi di ricerche: è il 18 ottobre quando nel canale del rio Mersa, poco distante dalla casa di famiglia, in frazione San Pancrazio di Costigliole, viene ritrovato un cadavere. L'assassino? È il marito. Per ora.

In appello si vedrà. E in Cassazione si rivedrà.