Londra, due leader sbiaditi verso un governo dimezzato

Cameron e Miliband potrebbero essere costretti ad allearsi. Colpa della crisi ma anche del confronto impietoso con Blair e Thatcher

Parità: 34% a 34%.La grande chiamata alle elezioni generali è per domani ma il Regno Unito che per decenni ha conosciuto il voto più prevedibile d'Europa è ancora inchiodato nei sondaggi al pareggio laburisti-conservatori. È la totale imprevedibilità e la ragionevole certezza che servirà allearsi con i partiti «minori» a meno che non ci si voglia imbarcare nella complicata avventura di un governo di minoranza. Ed Miliband e David Cameron non sanno se siederanno a Downing Street e con chi. È la trappola in cui si trovano incastrati i due principali candidati premier consapevoli che, se ce la faranno, non potranno godersi le ampie maggioranze di Tony Blair o Margaret Thatcher. Eppure, oltre che per la crisi economica e di sistena, forse è anche per questo che il Regno Unito si trova nello stallo: perché Ed Miliband e David Cameron non sono né Blair né la Thatcher.

Figlio del sociologo marxista Ralph, 45 anni, Miliband sembra il perfetto anti-Blair. Poco carisma e contenuti più di sinistra che di centro. Non a caso, quando venne scelto come leader del Labour, l'ex premier Blair avrebbe preferito il fratello David ma Ed la spuntò grazie al voto dei sindacati. Lo chiamano «il rosso» e per questo è visto come fumo negli occhi da una grossa fetta del business e dell'imprenditoria, che lo considerano una minaccia per la ripresa economica. Ha sempre rifiutato la politica dell'immagine - quella che ha fatto di Blair un emblema nel mondo - eppure ha scelto David Axelrod, l'ex guru di Obama, come spin-doctor e pare abbia preso lezioni per modificare la sua voce nasale, sbeffeggiata da molti elettori. Più che figlio del New Labour è un socialista quasi vecchio stampo, che punta il dito contro il capitalismo predatore e viene considerato un nemico del libero mercato. Ha promesso che se diventerà premier congelerà le bollette di milioni di famiglie, scatenando la reazione stizzita dei Big Six, i colossi dell'Energia che per tutta risposta hanno minacciato di lasciare il Paese al buio. Ha promesso che aumenterà il salario minimo e i sussidi per l'infanzia. Eppure tutti i sondaggi lo vedono dietro Cameron quanto ad affidabilità sul piano economico. Il timore è che, se arriverà a Downing Street, spesa pubblica, debito (e immigrazione) cresceranno come nella migliore tradizione laburista. Dalla sua, però, «Red Ed» ha milioni di lavoratori che, nonostante la ripresa (la migliore di tutta Europa) non hanno visto crescere il loro potere d'acquisto, anzi oggi stanno peggio di cinque anni fa, mentre la ricchezza delle mille famiglie più facoltose del Paese è cresciuta del 112% dal 2009. Miliband potrebbe spuntarla sul piano della redistribuzione della ricchezza, contro lo spauracchio dei tagli allo Stato sociale in caso di riconferma dei Tory.

Un bis che Cameron cerca a tutti i costi. Curriculum da conservatore doc (figlio di un ricco broker, studi a Eton e Oxford), il premier uscente ha fatto di tutto per disintossicare l'immagine del partito agli occhi dell'elettorato centrista. Della destra ha cercato di mostrare il volto compassionevole, difendendo il servizio sanitario pubblico (Nhs) e introducendo i matrimoni omosessuali. Prima l'ha ripudiata, poi si è avvicinato alle posizioni della Thatcher e per strizzare l'occhio alla classe media ha promesso di bloccare le tasse fino al 2020 e azzerare le imposte sulla casa per gli immobili fino a 125mila sterline. Eppure per molti inglesi resta il premier dell' austerity , che non è riuscito a frenare l'impoverimento della middle class e ha triplicato le tasse universitarie. A destra gli rimproverano troppa morbidezza su immigrazione (vane finora le promesse di frenarla) ed Europa (dove il premier non è riuscito a imporre la sua linea), che non a caso sono diventati i cavalli di battaglia dell'Ukip di Nigel Farage. L'ex broker della City, alla guida del terzo partito (i sondaggi lo danno al 13%), rischia di strappare al massimo 4 seggi a Westminster, nonostante sia in parte all'origine del terremoto politico in Gran Bretagna.

Decisive, in questa elezione, potrebbero essere proprio le seconde file. I LibDem saranno necessari a laburisti e conservatori per la formazione di un governo solido. Nick Clegg avverte: «Senza di noi, si rischiano nuove elezioni entro Natale». Per gli elettori di destra, il bis di un governo Tory-LibDem potrebbe essere il male minore. Perché dall'altra parte ci sono i nazionalisti scozzesi, che strappando 54 su 59 seggi hanno fatto terra bruciata al Labour in Scozia e saranno indispensabili in una coalizione di sinistra. Una débâcle firmata Miliband che fa rimpiangere Blair. Per chi crede nell'Unione e per chi teme un'ulteriore virata a sinistra del Labour, l'alleanza è un vero incubo, quasi quanto le presunte minacce ai seggi diffuse da due presunti combattenti britannici dell'Isis. Non a caso è arrivato il colpo di scena: l' Independent , il quotidiano progressista più a sinistra del Labour (in mano all'oligarca russo Alexander Lebedev) ha avvisato: meglio un'altra alleanza Tory-LibDem che gli scozzesi al governo a minacciare l'Unione. Anche la Thatcher non avrebbe dubbi.