Londra imbocca la strada del passato e vieta a Uber di circolare: "Non è sicura"

Fine della libera concorrenza: ritirata la licenza alla compagnia americana

Addio Margaret, ciao ciao Tony. Il pendolo della storia è tornato sui suoi passi e la Gran Bretagna di oggi sembra ormai lontana da quella della Thatcher o di Blair. Così, nel corpo a corpo tra taxi superegolamentati e la concorrenza di mercato resa possibile da Internet, vincono a mani basse i primi. Transport for London, l'autorità dei trasporti della capitale, guidata dal sindaco laburista Sadiq Khan, ha ritirato ieri la licenza a Uber, il servizio di trasporto privato che opera attraverso una App. «L'approccio e il comportamento di Uber dimostrano una mancanza di responsabilità aziendale in relazione a una serie di temi che hanno implicazioni di sicurezza pubblica», è la motivazione.

Sotto accusa i processi di selezione, considerati non abbastanza accurati, dei 40mila autisti che per la società californiana operano nella Greater London. Dubbi anche sull'uso di Greyball, il software elaborato da Uber che consente, se lo si vuole, di bloccare le verifiche delle autorità. Lo stop ha dunque, almeno a prima vista, motivazioni molto concrete, legate all'organizzazione di Uber. Per di più, in tempi di attacchi terroristici, ogni riferimento alle esigenze di sicurezza va preso terribilmente sul serio.

Non è un caso, però, che le prime trionfali reazioni alla decisioni del sindaco Sadiq Khan, siano arrivate dai rappresentanti dai vecchi Black Cab, i taxi londinesi, che si vedono finalmente liberati dall'incubo della concorrenza (non subito, però: Uber ha fatto ricorso contro la decisione di ieri e in attesa dell'appello potrà continuare a offrire il suo servizio). «Da quando è arrivata sulle strade britanniche Uber ha violato la legge, sfruttato i suoi autisti e rifiutato di assumere ogni responsabilità per quanto riguarda la sicurezza dei passeggeri. Per la sua immoralità a Londra non c'è posto», ha bellicosamente dichiarato il segretario generale della Licensed Taxi Driver's Association, che rappresenta i tassisti.

L'esito del primo round nella lotta per accaparrarsi il mercato del trasporto automobilistico londinese non lascia dunque spazio a dubbi: ad avere la meglio sono state tradizione e vecchie regole. E il Paese che negli ultimi decenni è stato all'avanguardia nell'apertura dei mercati non si dimostra poi molto diverso da una dirigista Francia o dalla corporativa Germania. Il fatto è che a Londra l'aria è cambiata. A sinistra, il Blair centrista e teorico della terza via è stato sostituito da Geremy Corbyn, ovvero dalla caricatura di un leader operaista Anni Settanta. A destra Theresa May, nonostante un'apparente analogia di modi e aspetto, ha spostato i Conservatori su posizioni che avrebbero fatto inorridire Lady Thatcher.

Nel maggio scorso, prima delle ultime infauste elezioni, l'inquilina di Downing Street, presentò il nuovo Manifesto del partito: «Non crediamo in un mercato sregolato. Rifiutiamo il culto dell'individualismo egoistico. Aborriamo le divisioni sociali, l'ingiustizia, l'iniquità e la diseguaglianza». Tra le proposte presentate un tetto alla paga dei manager, vincoli alle acquisizioni straniere, un progetto per associare i lavoratori alla gestione delle imprese. Ce n'era abbastanza perchè lo Spectator, storico settimanale di centro-destra, un tempo diretto da Boris Johnson, lanciasse l'allarme: «La May è il leader conservatore più a sinistra da 40 anni a questa parte».