L'operaio ucciso col cianuro A Brescia è sempre più giallo

Un piccolo involucro che per la forma ricorda al procuratore di Brescia Tommaso Buonanno un «casoncello». Solo che l' oggetto conteneva cianuro ed è il veleno ad aver ucciso Giuseppe Ghirardini, la vittima numero due del giallo di Marcheno. Questa storia, nata in Valtrompia fra paesi stretti e laboriosi, si sta trasformando piano piano in un rompicapo dell'orrore davvero senza precedenti. Prima, la sera dell' 8 ottobre, sparisce letteralmente nel nulla un imprenditore che si stava preparando per andare al ristorante con la moglie. Di Mario Bozzoli non c'è più traccia e l' unica ipotesi ragionevole è che sia stato gettato nell' altoforno dell' azienda di famiglia dove aveva lavorato fino a un minuto prima di smaterializzarsi. Ma questo è solo il primo quadro di una vicenda cupa e tenebrosa che richiama una ferocia ancestrale: il mercoledì successivo svanisce anche Giuseppe Ghirardini, uno degli operai presenti la sera del mistero in fabbrica. Strano: doveva essere risentito proprio quel giorno dai carabinieri, dopo un primo interrogatorio informale. I militari non fanno in tempo a porgli neanche una domanda. Protezione civile e forze dell' ordine lo cercano affannosamente, ma alla fine, il 18 ottobre, trovano solo un cadavere, fra le montagne della Valcamonica.Ce n'è a sufficienza per immaginare gli scenari più foschi ma intanto conviene risolvere un quesito terra terra: come e' morto l' operaio? Parrebbe per cause naturali, ma la spiegazione fa acqua e ora, finalmente, l'autopsia e gli esami di laboratorio effettuati dagli esperti del Ris di Parma confermano le peggiori sensazioni: nello stomaco di Ghirardini c'era una capsula, che al magistrato di Brescia fa pensare alla pasta, ma rimanda invece a trame degne di una spy story: cianuro. Altro che malore o infarto, Ghirardini si è suicidato oppure qualcuno l' ha costretto a mandare giù quella sentenza di morte. Sarebbe davvero una soluzione estrema e diabolica, dopo l'orribile e altrettanto silenziosa dipartita del suo datore di lavoro.Inutile, al momento, avventurarsi in congetture. Meglio allineare quei pochi elementi certi di cui gli investigatori, per ora, dispongono. Ghirardini è in azienda la sera dell' 8 ottobre. Alle 19. 40, come confida all' amico Nicola Loda, registra una fumata anomala. Probabilmente, ma questa è già una deduzione, ha visto o percepito qualcosa di inusuale, da mettere in relazione con la fine di Bozzoli. Il mercoledì seguente, prima di scomparire fra i picchi della Valcamonica e di morire con il cianuro, chiama ben otto volte l' ex moglie Antonia, da cui si è separato dopo aver avuto un figlio. Ma a Fortaleza, in Brasile, dove la signora vive, quel giorno è festa e quando lei richiama è troppo tardi. Il cellulare di Ghirardini è spento, l' uomo è già andato incontro al suo destino.Di certo l' operaio è tormentato, tormentatissimo. Chissà, forse la tuta blu custodisce un segreto troppo grande, un peso che alla fine lo schiaccia. A meno di non pensare ad una regia ancora più luciferina che ha agito in due tempi, eliminando l' industriale e poi, con calma, il suo dipendente. Un mese e più di indagini e la combinazione di quel che è accaduto è ancora introvabile. I carabinieri cercano nell' altoforno tracce anche minime di Bozzoli che dallo stabilimento non è mai uscito. Gli investigatori annotano anche forti dissapori fra l' imprenditore e il fratello Adelio che stava sviluppando un progetto industriale parallelo. la vittima aveva pessimi rapporti con lui e i suoi figli. Spunti, nulla di più. La Valtrompia è ancora nel buio di due morti terribili: il romanzo noir non è ancora arrivato all' epilogo.