L'orrore che la Boldrini non vuole riconoscere

La presidente della Camera: «I 12 clandestini cristiani buttati in acqua dagli islamici vanno contestualizzati»

Negare l'evidenza. Curvare la realtà dei fatti ai propri dogmi. O, più semplicemente, mentire. Il presidente della Camera, Laura Boldrini, lo ha fatto un'altra volta, speculando però sulla morte di 12 migranti cristiani buttati a mare dai loro compagni di sventura musulmani per questioni religiose. Nelle imbarcazioni che trasportano quei disperati, ha detto ieri intervenendo al quarantesimo anniversario di Amnesty International Italia, «ci sono sempre livelli di sopraffazione, persone che cercano di avere la meglio sulle altre: non credo che queste persone abbiano fatto una discussione teologica, ma che purtroppo a bordo c'è questo tipo di violenza e noi dobbiamo capire che la responsabilità penale è individuale e chi uccide deve essere poi adeguatamente punito». Eppure quei 15 fermi disposti dall'autorità giudiziaria per omicidio plurimo sembrano avere tutt'altra spiegazione. Cioè, l'estensione della jihad anche al traffico di esseri umani. Ma per Boldrini tutto questo non esiste e «il problema va inquadrato in modo lucido e bisogna capire che le semplificazioni non aiutano». Insomma, è un episodio di criminalità comune, non di integralismo.

Perché questa ironia? Perché questa evidente sottovalutazione del pericolo? La risposta è solo una: il presidente della Camera ha costruito la sua immagine come donna attiva in favore dei migranti e dei rifugiati nel suo precedente incarico di portavoce dell'Acnur, l'organizzazione ad hoc dell'Onu. E lei a questa etichetta sembra non aver alcuna voglia di rinunciare, pur rappresentando nella sua interezza un Parlamento che qualche dubbio sull'efficacia delle politiche di accoglienza comincia a porselo. Boldrini invece no, insiste. «Il Mediterraneo è confine europeo, dunque è giusto insistere affinché ci sia un investimento adeguato nel soccorso in mare: quelle morti, le morti in mare, interrogano tutta Europa, non solo l'Italia. Che sta facendo il suo meglio, ma non può farcela da sola», ha aggiunto come se nulla fosse. Pacifismo. «Se vogliamo che gli sbarchi s'interrompano, dobbiamo lavorare alla radice del problema e dire no alle guerre e alle violazioni», ha sentenziato. Porte aperte a tutti. «Uno sforzo va fatto in ambito di accoglienza» ha affermato preoccupata del fatto che «siamo drammaticamente indietro nelle politiche di inclusione delle comunità rom e sinti dove abbiamo fatto pochissimi sforzi e spesso inconsistenti». Perché non basta solo pensare ai centri di accoglienza stipati all'inverosimile, ma bisogna prodigarsi anche in favore dei «fratelli» rom disagiati, a prescindere dalla loro più o meno evidente propensione a delinquere. Boldrini deve continuare a recitare questo personaggio, stigmatizzare quei politici che fanno «propaganda» e che «alzano i toni». Per lei la posta in gioco è massima: accreditarsi come leader futuribile di quel che ci sarà (se ci sarà) a sinistra del Pd. È la sindrome dello statista che ha colpito molti suoi predecessori. Ma non per questo le sono state risparmiate le critiche come quella del capogruppo della Lega alla Camera, Massimiliano Fedriga. «La sua difesa aprioristica e ideologica di assassini islamici è inquietante e pericolosa», ha chiosato.

Idem Giorgia Meloni (Fdi) ha stigmatizzato «l'ignobile sarcasmo» e l'ha invitata ad avere «la decenza di dimettersi». Ma, in fondo, è un po' questo ciò che Boldrini vuole: dare scandalo affinché si parli di lei.