L'ospedale e la scuola: così gli edifici "protetti" diventano delle trappole

Il presidio sanitario di Amatrice doveva chiudere: fu salvato e potenziato ma mai messo in sicurezza

Vorremmo tutti essere lì, vicino ai malati trascinati fuori con prontezza meravigliosa dall'ospedale Grifoni di Amatrice, deposti pietosamente, avvolti in coperte su uno spiazzo sgombro di macerie. Sono stati salvati da medici e infermieri coraggiosi. Compassione, desiderio di lenire le pene. Ma la domanda è: com'è possibile che il luogo che per eccellenza dovrebbe essere un forziere dove preservare le vite più fragili, perché ospita i più deboli tra noi, si sbricioli come un grissino? Lo sappiamo. Il dolore innocente urla l'eterna domanda a Dio, incolpandolo o ricavando ragioni per negarlo: perché? A volte però, senza trascurare gli interrogativi sulla crudeltà o meno del destino, la risposta è più terra terra, e dice che a essere tremendo non è Domineddio o, per chi non ci crede, la Natura, ma l'incoscienza degli uomini e di chi li governa.

La storia dell'ospedale di Amatrice è singolare. È, anzi era, un presidio sanitario assolutamente necessario. L'unico dotato di pronto soccorso e di macchine straordinariamente moderne, l'unico situato a circa mille metri di altitudine nel Lazio. Negli anni scorsi la Regione pensò di declassarlo o forse chiuderlo. Ci fu una petizione che ebbe successo, anche perché il sindaco minacciò di chiedere la secessione del Lazio e di unirsi all'Abruzzo. Fu così che intervenne il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e sistemò la faccenda. Non solo l'ospedale restava, ma veniva potenziato, modernizzato, posto all'avanguardia. È stato trasformato in un centro polifunzionale, dunque, di importanza fondamentale perché distante più di 60 chilometri dalla più vicina struttura ospedaliera alternativa, quella di Rieti. Ci sono foto recenti e festose su internet, con i capi della Asl e le autorità politiche, che proclamano davanti alla popolazione e ai mass media di nuovi posti letto e della dotazione di uno strumento avanzatissimo. Non esiste nessuno, ma proprio nessuno, neanche il comitato che si era mobilitato con la petizione popolare vincente, a chiedere che prima dei macchinari per curare la gente, o almeno contemporaneamente, si effettuasse una ricognizione antisismica.

C'è scritto tutto, con pignoleria, nell'appello firmato da 4.600 bene intenzionati. «Salviamo l'ospedale di Amatrice!». Manca la previsione del rischio d'infarto non del paziente, ma dell'ospedale. Trascrivo da un comunicato vittorioso: «I vertici Asl hanno assicurato che la Regione Lazio è in procinto di emanare un decreto per l'assegnazione di fondi per l'acquisto di nuovi macchinari e che, è intenzione della Asl, utilizzare tali fondi per l'acquisto di una tac di ultima generazione a servizio del reparto di radiologia di Amatrice». Neanche un ingegnere che si preoccupasse in Regione o in provincia di Rieti o alla Asl o nel comune in grado di spiegare che più urgente dell'ultima trovata tecnologica bisogna far sì che sia sicuro il nido?

E dire che il terremoto appartiene alla memoria tragica del nostro popolo. Questa superficialità è inaccettabile. C'è un altro luogo che dovrebbe essere sicuro per eccellenza, come il ventre materno: la scuola! Ad Amatrice, questa povera città caricata di tanti lutti, la scuola è stata costruita con preveggenza, proprio per evitarli. È stata inaugurata nel 2012, obbedendo ricordando la lezione dell'Aquila - a tutti i criteri di sicurezza. È crollata miseramente. Per fortuna di notte e in agosto era deserta. Ma queste macerie sono un monumento alla incoscienza di questo Paese. I terremoti non sono colpa nostra, i morti spesso sì.