L'Ue apre a una proroga.: "Ma l'intesa non si tocca". Gli Stati pronti al no deal

Merkel: c'è tempo. Barnier: "Mai così vicini a un'uscita dura". Ipotesi slittamento al 2020

S ì a una proroga dell'articolo 50, per evitare che il 29 marzo 2019 il Regno Unito esca dall'Unione europea in un contesto di no-deal, cioè senza accordo. Ma Londra non si faccia illusioni: i negoziati non si riaprono. Bruxelles al massimo sembra pronta a trattare sulla dichiarazione politica sulle relazioni future. «Se il Regno Unito sceglierà di far evolvere le linee rosse che si è dato, se andrà oltre un accordo di libero scambio, allora l'Ue è immediatamente pronta a rispondere favorevolmente», chiarisce il capo-negoziatore Michel Barnier. Dialogo sì, trattative sull'accordo che ripartano da zero invece no, insiste la portavoce della Commissione Margaritis Schinas. La proroga - semmai ci sarà - deve essere «ben giustificata» e non semplicemente dilatoria. È questa la posizione della Ue all'indomani della stroncatura dell'accordo da parte di Westminster, con Angela Merkel e il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani che tendono anche loro una mano alla premier inglese, la prima dicendo che «c'è ancora tempo», il secondo che è prematuro ipotizzare il no deal.

La palla è nelle mani inglesi. «Non c'è niente di più che la Ue possa fare - insiste Schinas - Stiamo aspettando dal Regno Unito i prossimi passi». Il compito di individuare una nuova soluzione spetta unicamente a Londra, ha assicurato la cancelliera tedesca. La Ue intende dare un po' di respiro al governo britannico perché tenti di sondare una strada che possa unire i deputati inglesi. Anche se - è la rivelazione del Times - diplomatici e funzionari starebbero nel frattempo lavorando su una estensione della procedura di uscita fino al 2020, una richiesta che dovrebbe arrivare da Londra e attendere il via libera unanime dei 27. E che aprirebbe un problema sulle elezioni europee ora che si era deciso che il numero degli eurodeputati, con la Brexit, sarebbe calato da 751 a 705. Gli inglesi eleggerebbero i loro parlamentari, che poi decadrebbero.

Non c'è ottimismo però a Bruxelles. «Mai il rischio no deal è stato così alto» ha detto Barnier. E il presidente francese Macron ha ammesso che una Brexit senza accordo «fa paura a tutti ma i britannici sono i primi perdenti». Il rischio no-deal è più vicino che mai. Non è un caso che si allunghi la lista dei Paesi in preparativi per affrontare lo scenario peggiore. Sia in Spagna che in Germania, il governo ha creato siti ad hoc per rispondere alle domande dei cittadini, dall'uso dei visti al progetto Erasmus. La Germania rischia di essere il Paese più danneggiato: gli scambi con la Gran Bretagna ammontano a 200 miliardi di euro l'anno e centinaia di migliaia di posti di lavoro sono a rischio. Per l'Italia, secondo Confindustria, ci sono in ballo 23 miliardi di export.

Come il nostro Paese, anche Portogallo, Paesi Bassi, Polonia e Repubblica ceca si stanno muovendo per garantire ai britannici che risiedono nel loro territorio gli stessi diritti dell'era pre-Brexit o anche solo permessi temporanei di residenza.

Irlanda e Francia, Belgio e Paesi Bassi sono i Paesi che hanno studiato piani dettagliati. Dublino ha appena varato misure contingenti su ogni questione cruciale, dalla Salute alle tasse alla giustizia e ha già assoldato mille lavoratori in più per i controlli doganali e sanitari e per le certificazioni sulle esportazioni. Idem per la Francia, già attrezzata con 700 funzionari extra alle dogane e posti di blocco, parcheggi per i camion e depositi allargati nei punti caldi, Calais, Cherbourg e nei pressi dell'ingresso del tunnel della Manica. Il premier Philippe riunirà oggi i ministri coinvolti per fare il punto sui preparativi e studiare «un'eventuale accelerazione in modo che le nostre amministrazioni siano pronte». Stesso copione per i Paesi Bassi, che entro fine anno puntano a 900 addetti in più alla dogana e a 150 fra veterinari e specialisti per i controlli su cibo, piante e animali.